Segregate in casa e costrette a ritmi massacranti, scoperto un vasto giro di prostituzione cinese

Tre cittadini orientali in manette, tra cui uno residente a Modena che risultava intestatario di ben 21 appartamenti in cui le ragazze vivevano senza neppure l'autonomia economica e decisionale

Un'inchiesta nata a Paescara e condotta dalla Procura locale, attraverso le indagini dei Carabinieri, ha permesso si scoprire un vasto giro di prostituzione in terra abruzzese, che tuttavia ha portato gli inquirenti anche a Modena. Tutto è legato alle attività di tre cittadini cinesi, un 52enne e un 49enne residenti a Chieti Scalo e un 60enne residente sotto la Girlandina. Le accuse sono pesanti: favoreggiamento e sfruttamento aggravato della prostituzione di giovani donne connazionali.

Secondo quanto scoperto dall'Arma, i primi due reperivano appartamenti in varie località del pescarese socn l'aiuto di terze persone compiacenti che si prestavano a divenire intestatari fittizi dei contratti. Gli appartamenti venivano, invece, occupati da giovani donne unicamente per svolgere l’attività di prostituzione e su svariati siti internet venivano pubblicizzati gli incontri ed indicate le varie utenze da contattare. Il 60enne residente a Modena aveva un ruolo ancora diverso e meno operativo: è stato arrestato con l’accusa di favoreggiamento aggravato. Risultava dal 2015 al 2019 locatario di ben 21 immobili ubicati in vari comuni del centro-nord Italia, nonché amministratore di due società e titolare di un’impresa individuale afferente al mondo dei massaggi. Agli investigatori, inoltre, non è sfuggito un dato eclatante, ossia che il soggetto dal 2011 è risultato saltuariamente assunto in varie società gestite da cinesi, ma con retribuzioni inconferenti rispetto al costo degli affitti dei 21 appartamenti. 

Le telefonate dei clienti non giungevano direttamente alle ragazze, bensì ad una sorta di call center gestito proprio dai due orientali, che subito dopo contattavano la prostituta presente nel luogo di interesse per avvertirla della prestazione sessuale da effettuare di lì a breve e fornendole inoltre indicazioni sui prezzi da praticare, tenendo così il conto degli introiti da dividere al 50% con ciascuna ragazza. Da questo 50% venivano, inoltre, decurtate le spese affrontate per ogni prostituta a titolo di alimenti, farmaci e quant’altro di necessità, abitualmente forniti in occasione delle visite programmate per la riscossione di quanto guadagnato

Al termine della prestazione sessuale, le donne avevano l’obbligo di chiamare i gestori per confermare di aver eseguito la prestazione sessuale dichiarando la cifra ricevuta dal cliente e quindi poterne ricevere subito dopo un altro. Le prostitute negli appartamenti non avevano autonomia né di tempo né logistica, atteso che per andare a dormire e quindi non “lavorare” o per uscire per problemi di salute, per effettuare ricariche telefoniche, oppure per acquistare generi alimentari erano obbligate a chiedere l’autorizzazione. Ma ciò che è più grave è che le donne non avevano autonomia nemmeno di gestire le proprie prestazioni sessuali, tipologicamente individuate in base al prezzo. Le donne sfruttate lavoravano per l’intero arco della giornata, dalle 7 di mattina fino anche alle 2 di notte.

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Quanto al denaro che i gestori incassavano dall’attività di meretricio, in parte veniva inviato in Cina in occasione di viaggi di loro parenti o conoscenti, ai quali affidavano anche costosi Rolex e gioielli che acquistavano con il denaro del meretricio. La parte più consistente del denaro, invece, veniva affidata a soggetti che ne curavano di accreditarne il controvalore in Cina nella valuta locale, al netto delle commissioni.

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