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Castelfranco Emilia: casa di reclusione abbandonata a se stessa

Il Garante visita la struttura modenese e traccia un bilancio negativo. Spazi e strutture inutilizzate e nessun successo nel reintegro dei detenuti attraverso percorsi di lavoro. Dal Parlamento si attendono normative che aboliscano il ricorso alla casa lavoro

Francesco Baraldi 15 aprile 2013

Un viaggio desolante tra le mura al tempo stesso affollate e abbandonate di un istituto sulla via del fallimento. Questo il quadro dipinto dall’Ufficio del Garante regionale per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale dopo la visita alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia.

Alla data del 9 aprile, risultavano in carico alla struttura 119 persone, di cui 107 internati sottoposti a misure di sicurezza (18 in licenza finale di esperimento), e 12 detenuti con problemi di tossicodipendenza in custodia attenuata. A quest'ultimi è garantito un “patto trattamentale” che prevede un percorso congruo e puntuale con riferimento alla programmazione di corsi di formazione e opportunità di lavoro durante la detenzione. Agli altri invece non è permessa alcuna misura di questo tipo.

La richiesta di lavoro è però molto elevata, in quanto i detenuti sono impegnati a rotazione in mansioni cosiddette “domestiche”, con riscontri economici assai modesti. È il caso di ricordare che la quasi totalità degli internati ha già scontato la pena detentiva, si tratta perlopiù di persone in condizione di fortissimo disagio sociale. Inoltre, molti di loro hanno problemi psichiatrici, alcuni dei quali con doppia diagnosi, potendo contare sull’aiuto di una sola operatrice per un complessivo monte ore di 24 ore al mese. La situazione risulta essere complessa anche per la magistratura di sorveglianza, talvolta “costretta” alla proroga della misura di sicurezza, risultando difficile reperire e porre in essere progetti orientati al reinserimento nella società di queste persone.

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A giudizio dell'Ufficio del Garante, la gestione della casa di reclusione di Castelfranco è perciò assolutamente fallimentare: “Ci sono due enormi officine meccaniche in uno stato prossimo all’abbandono; risultano sottoutilizzati anche l’azienda agricola (decine di ettari non curati), l’area pedagogica (oltre 2.000 metri quadrati di fabbricato), la biblioteca, i laboratori e le aule". Un progetto nel concreto mai decollato, che richiama gli aspetti più generali di questo tipo di soluzione detentiva. Già nel 2010 l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna aveva presentato alle Camere un disegno di legge per abrogare le norme del Codice penale che prevedono l’assegnazione alla casa-lavoro o alla colonia agricola. Ora che il lavoro scarseggia per tutti e a maggior ragione per i detenuti, le problematiche per i percorsi di reinserimento sociale tornano di grande attualità, ma restano di intricata soluzione.

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