Epopea Seferovic. Tra campi rom abusivi, giustizia lenta e politica miope

Tra gli arrestati della banda dei "carroattrezzi" anche i due fratelli rom simbolo della battaglia del centrosinistra per il diritto di cittadinanza. In cinque anni hanno messo alla berlina tutte le difficoltà del sistema nella gestione del fenomeno criminale legato ai rom

Non abbiamo dovuto attendere molto tempo per vedere riaperta la controversa vicenda legata ai fratelli Andrea e Senad Seferovic. Liberati dal Cie nel 2012 con una sentenza del Giudice di pace su pressioni della sinistra modenese e dell'eurodeputata Cecile Kyenge in particolare, i due sono riapparsi sulla cronaca locale molte volte negli ultimi 5 anni, a seguito di denunce e arresti per i reati più disparati.

L'ultima voce di questa lunga lista di crimini è stata aggiornata proprio ieri: i fratelli sono infatti finiti in carcere come promotori della banda – composta da altri 9 rom – che lo scorso anno ha messo a segno una raffica spaccate ai danni dei bancomat e furti di autoveicoli. Lo stesso Senad era finito in manette già lo scorso novembre, dopo un inseguimento con speronamento in autostrada.

Una storia di illegalità che affonda le proprie radici in un'altra, quella del campo abusivo di strada Canaletto. L'area che era diventata la base del gruppo di ladri è infatti figlia di una surreale decisione del Tribunale di concedere gli arresti domiciliari ad Andrea Seferovic nella propria roulotte, in un terreno accanto al viadotto Tav in cui la famiglia sostava senza alcuna autorizzazione. Il campo, fuori dal percorso controllato delle microaree Comunali, è cresciuto nel tempo fino ad ospitare diverse famiglie, in condizioni igieniche disastrose, di pericolo per la circolazione stradale e di seria minaccia per i residenti della zona.

Terminata la pena "domiciliare", tuttavia, l'Amministrazione non ha adottato alcuna soluzione per smantellare il campo abusivo, che nel frattempo ha aumentato il numero di inquilini ed è divenuto base logistica per i furti. Oltre cento controlli della Polizia Municipale in un anno non hanno sortito alcun effetto, se non quello di creare un allacciamento idrico da parte di Hera per servire gli occupanti abusivi. Anche ieri, il Comune ha spiegato di non poter sgomberare le famiglie per la presenza di bambini e per il fatto che ora che gli uomini sono tutti finiti in carcere, le donne prive di patente non potrebbero neppure spostare camper e roulotte.

Una empasse che non stupisce ormai più e che mostra tutte le difficoltà delle istituzioni nel gestire la questione. La stessa giustizia ordinaria ha lasciato perplessi i più, sia pe la decisione di creare de facto una situazione di irregolarità, sia per la successiva scelta di non concedere le misure cautelari chieste dalla Procura. Dopo le razzie dei bancomat del 2016, infatti, sono passati 11 mesi di ricorsi e sentenze prima di aprire le porte del carcere ai nomadi responsabili. 

La vicenda dei due fratelli rom mette in luce un dato dal quale non si può svicolare e che non implica nessuna valutazione politica, ma una semplice constatazione dei fatti: così come loro, nelle aree nomadi vivono diverse persone che trascorrono la propria vita a delinquere sistematicamente, avendo nei furti l'unico mezzo di sussistenza. E' questo il grande problema. Non esistono pene riabilitative o manovre delle amministrazioni che possano arginare il fenomeno - vecchio come il mondo - di chi semplicemente vive commettendo crimini e non smetterà mai di farlo. In questo il nostro sistema istituzionale è del tutto impreparato, con buona pace delle vittime dei reati.

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