Un modenese su tre è in pensione, il calo demografico costa su sanità e pensioni

Il calo demografico e la crisi economica stanno mettendo a dura prova il costante aumento della vita media delle persone. L'aumento del periodo di anzianità porta maggiori costi sanitari e pensionistici, insostenibili all'attuale tasso di occupazione

"Il futuro dell'impresa in Italia sono i prodotti per gli anziani" sembra una frase insensata, eppure oggi il target più ampio non è più quello degli adulti quarantenni e cinquantenni, ma gli over 65. A dirlo è la CGIL che ha raccolto dati aggiornati sulla situazione generazionale nella nostra città. Dal 2004 ad oggi la popolazione over 60 è aumentata del 12,3% e specialmente quella degli over 75 che ha raggiunto il +20,9%.

Le case farmaceutiche ripetono da anni che con il progredire della ricerca si prolunga la vita, peccato che ad allungarsi è l'anzianità. Infatti i farmaci e l'igiene elevati non hanno diluito le fasi della vita in uno spazio temporale più lungo, ma hanno allungato l'ultima fase, e i risultati sono evidenti anche nella nostra città. Nella provincia di Modena i pensionati sono ben 195.000, di cui 41.000 non sono mai stati contribuenti ma hanno una pensione minima. 

Questi dati sono un pericoloso segnale per il sistema pensionistico italiano. Infatti, nel nostro paese sono i lavoratori oggi che versano i contributi per pagare le pensioni di oggi, perciò è un sistema che funziona solo se c'è equilibrio tra numero dei lavoratori e numero di pensionati, ma la realtà è evidentemente diversa. Un modenese su tre è pensionato, e un modenese su tre non è occupato sia per età sia per disoccupazione, perciò significa che solo un modenese su tre contribuisce alle pensioni degli attuali pensionati.  

Fino agli anni '70 e buona parte degli anni '80 la maggior parte delle donne erano abituate a lavori occasionali, perché lo stipendio del marito bastava per sostenere le spese famigliari. Ciò si è tradotto oggi con un divario enorme tra le pensioni medie tra uomini, pari a 1.430 euro, e donne, pari a 816 euro. Il fatto che oggi uomini e donne, almeno sulla carta, lavorano abitualmente entrambi potrà sanare questo divario e ridurre il numero di pensioni minime destinate ai cittadini non contribuenti. 

Un altro fatto è di fondamentale importanza, cioè la sanità. Oggi la spesa pubblica più sostanziosa riguarda il costo della sanità pubblica e ovviamente con l'aumento nella nostra provincia della speranza di vita per gli uomini a 80,2 anni e per le donne a 84,4 anni, i costi sanitari sono aumentati. Proprio per il discorso che facevo inizialmente sull'allungamento della fase di anzianità spacciato per allungamento della vita, oggi si spendono 86 milioni di euro in farmaci e tra assistenza domiciliare e servizi agli anziani si calcolano in provincia oltre 1,2 miliardi di euro per soli 685 mila abitanti. 

In totale particolare, quanto ci costa il welfare? Attualmente gli anziani sono distributi  3.048 in strutture, 2.271 in strutture accreditate e 2.010 in strutture contrattualizzate, oltre a servizi semiresidenziali che vedono 577 anziani in strutture autorizzate, 466 in strutture accreditate e 433 in strutture contrattualizzate. Alla domiciliare sono imputati 13 milioni di euro, il sollievo è stato goduto per 4.211 giorni e  591 anziani sono stati ospitati in struttura prima del dimissionamento. I posti letto nella nostra provincia sono di 2.629 unità di cui 2.384 ordinari e 245 in day hospital e in day surgery, nella nostra provincia i pazienti assistiti a domicilio sono 15.156 al 2013, con una particolare rilevanza sui distretti di Mirandola e Pavullo.
 

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