Magner Bein | Le leggende dei frutti più tipici del territorio modenese

Vi sono tre frutti tipici del territorio modenese, che sono giunti fino ad oggi insieme a leggende che li riguardano

Il mirtillo nero

Il mirtillo modenese è probabilmente il più antico di quelli oggi riconosciuti come eccellenze non solo in Italia, ma in tutta Europa, infatti non si tratta di un frutto sorto a seguito dell'azione umana e quindi dell'installazione artificiale, com'è avvenuto per esempio per le ciliegie, ma di una varietà di mirtillo che nasce spontanea. Si tratta della specie Vaccinium Myrtillus, una pianta bassa, detta strisciante, che raramente nella zona dell'Appennino supera i 30 cm di altezza dal terreno. 

Questo frutto ha la parte esterna di colore nero-bluastro mentre la polpa è rosso-bluastro. Si tratta di frutti dal diametro di 6-8 mm e che sono spesso utilizzati in cucina. Una delle torte tradizionali del nostro Appennino è la crostata, nelle varianti con il mirtillo o con le amarene. Inoltre all'origine le crescentine dolci venivano mangiate non con creme spalmabili, bensì con i frutti più dolci, tra cui il mirtillo, sia sottoforma di marmellata che naturali. 

Tuttavia la caratteristica più unica del mirtillo dell'Appennino modenese sono le sue caratteristiche medicali. Infatti è usato nell'ambito fitocosmetico per la presenza nelle sue bacche di acidi organici, tannini, pectine ed in oftalmologia, ossia quella branchia della medina che si occupa della cura delle pervesioni, proprio per la sua ricchezza di anotociani. 

Le ciliegie di Vignola

La ciliegia ha origine in Turchia, infatti il nome stesso deriva dalla parola greca kérasos, che indica appunto una città turca, Cerasunte, dalla quale nel 72 a.C. furono importanti a Roma i primi alberi di ciliegie. Un trasferimento non solo economico, ma anche religioso, infatti il frutto della ciliegia era collegato con la dea Venere, in quanto dea della bellezza. Tuttavia il percorso da Roma a Vignola sarà lungo e lento, infatti i primi alberi di ciliegie arriveranno sulle rive del Panaro solo dalla metà dell'Ottocento. 

Ciò accadde poiché la crisi del commercio della seta, obbligò i contadini di Vignola a cercare altre piante da coltivare dato che ora il gelso non era più così remunerativo. Si scelse la ciliegia e la fortuna ha voluto che si scelse molto bene dato che questo frutto trovò nel terreno vignolese, l'habitat perfetto per dare i suoi frutti migliori. In neanche un secolo, Vignola passò da città del gelso, utile per l'allevamento dei bachi da sete, a capitale della ciliegia. 

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