Solennità di San Geminiano, l'omelia dell'arcivescovo in Duomo

Ecco il testo integrale dell'omelia tenuta da mons. Castellucci nel corso della Messa Pontificale per la festività del Santo Patrono di Modena

“Le folle erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. Impressiona sempre l’attualità del Vangelo. Il giornale di ieri è già vecchio; il Vangelo di duemila anni fa è sempre nuovo. Le folle sono stanche e sfinite: come ai tempi di Gesù, così ai tempi di San Geminiano, in tutte le epoche della storia e anche oggi esistono folle stanche e sfinite. Le dimensioni mondiali della fragilità sono enormi: più di 800 milioni di affamati e più di un miliardo di assetati, decine di popoli in guerra, milioni di vittime della desertificazione e dei disastri climatici, violenze verso la vita debole ed emarginata, persecuzioni ideologiche e antireligiose. L’elenco potrebbe continuare, come sappiamo bene. Ma non è nemmeno necessario spingere a fare il giro d’orizzonte sul mondo: basta varcare la porta delle nostre case per trovare una fragilità. Sarà un lutto o una malattia, una relazione spezzata o una disabilità, una solitudine o una precarietà lavorativa: la croce non manca mai tra le nostre mura.

“Le folle erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. Lasciarsi allora prendere dallo sconforto? Volgere lo sguardo altrove, per non pensarci? No, non sono queste le strade da percorrere. Gesù inaugura invece una via nuova, compresa nella parola “compassione”. Di fronte alle folle stanche e sfinite Gesù non cambia strada, non guarda da un’altra parte, non si deprime. Lascia entrare invece la fragilità della folla nel suo cuore, si lascia ferire dalla loro debolezza. La “compassione” di Gesù non è una semplice commiserazione, ma è una profonda partecipazione: lui sente come propria la stanchezza della folla. Di qui le due iniziative che consegna ai discepoli, a noi: la preghiera, perché il padrone della messe mandi molti operai, lavoratori che alleggeriscano le fatiche della gente; e poi l’azione, perché i discepoli combattano il male, le malattie e le infermità.

Una compassione, dunque, che genera preghiera e azione. Sono le tre parole-chiave della vita cristiana. La compassione permette al dolore dei fratelli di entrare nel mio intimo; la preghiera affida questo dolore al Signore e lo deposita nel suo cuore; l’azione entra nel dolore dei fratelli e lo condivide, alleviandolo. Sono tante, molte di più di quanto possa apparire, le persone che si fanno prossime ai fratelli deboli e fragili. Nelle nostre case non sono piantate solo le croci, ma anche i semi di speranza e di vita. Dove c’è un lutto, spesso si aprono relazioni nuove e consolanti; dove c’è malattia, tante volte si intensificano anche le premure e gli affetti; dove c’è solitudine e delusione, spunta di frequente la vicinanza. Non è automatico, certo, e per questo anche oggi la messe è molto più abbondante degli operai; ma grazie a Dio non mancano coloro che danno carne alle tre parole-chiave di Gesù: compassione, preghiera, azione. Sono gli operai della speranza, si preoccupano della presenza e non della pubblicità, cercando la prossimità e non la ricompensa. Mentre la stanchezza si vede, la speranza rimane spesso velata, ma scorre nelle vene delle nostre case, delle strade, della città, dei luoghi di lavoro, di cura e di incontro; scorre nelle vene delle nostre comunità cristiane: sia nella loro opera educativa, quotidiana e poco appariscente ma molto preziosa, sia nella loro opera caritativa, portata avanti anche “al di là dei loro mezzi” (2 Cor 8,3).

La speranza scorre anche nelle vene delle istituzioni. La Solennità di San Geminiano è in un certo senso la “festa delle istituzioni”, di coloro il cui mandato è la dedizione al bene comune. Chiunque di noi abbia un compito di responsabilità e di guida, ciascuno nella propria sfera di competenza, può sentirsi un operaio nella messe del Signore, inviato ad ascoltare e alleggerire la stanchezza della folla, ad iniettare una speranza sociale, a combattere il male in tutte le sue forme. Le folle non si sentono come “pecore senza pastore”, quando i pastori prendono a cuore le loro fragilità. Ai nostri giorni un forte elemento di disturbo rischia di falsare la relazione tra la folla e le guide: l’arroganza. Espressione di un’aggressività irrazionale, l’arroganza sembra voler diventare lo stile delle relazioni pubbliche. Slogans ripetuti come dei mantra, ma discordanti dalla realtà dei fatti; sfoghi rabbiosi incrementati dalla rete, attraverso siti e blog che rilanciano espressioni un tempo riservate ai bar e alle taverne. Tutte le istituzioni oggi, in diversa misura, sono bersaglio di critiche violente, che arrivano fino alla diffamazione. Non ne è immune nemmeno il Presidente della Repubblica, anzi nemmeno il Papa. E non sempre queste critiche dipendono dai cattivi comportamenti delle guide, che pure, purtroppo, si verificano. Qualche volta provengono persino dall’interno delle istituzioni: nel mondo della politica, ma anche in quello della Chiesa, accade che l’aggressività sia alimentata da chi riveste ruoli rappresentativi nell’istituzione stessa, screditandola. Criticare è utile, screditare è distruttivo. Screditare le istituzioni, dall’esterno o dall’interno, significa attivare l’effetto boomerang, cioè fare il male dei singoli, cittadini o fedeli che siano. La critica costruttiva è importante e si regge su alcuni pilastri: la documentazione completa (non parole o frasi prese qua e là), la rettitudine dell’intenzione, la disponibilità ad offrire il proprio contributo per migliorare. Chi getta il sasso e ritira la mano non fa che aumentare il senso di smarrimento., a danno specialmente delle persone svantaggiate.

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I pastori non possono lasciarsi travolgere dal frastuono dell’arroganza, che sovrasta la voce dei deboli; le guide sanno tendere l’orecchio verso chi grida di meno e soffre di più, spesso nel silenzio. Le “folle stanche e sfinite” di cui parla il Vangelo non sono quelle che fanno più rumore e aggrediscono il prossimo, ma quelle che faticano a farsi sentire, perché fragili e ferite. È il momento di chiamare a raccolta tutti gli operai della speranza, andando contro la corrente dell’odio divisivo e alimentando le grandi risorse della gente che lavora, si concentra più sull’impegno che sul lamento, e si adopera per la costruzione della comunità civile e religiosa. È il momento, per le istituzioni, di rischiare l’impopolarità in nome della profezia, di uno stile cioè che recuperi i valori fondamentali della convivenza umana. Popolarità e profezia non stanno sullo stesso piatto della bilancia; la ricerca del facile consenso attenua la profezia e la profezia, a sua volta, riduce la popolarità. Ezechiele, nella prima lettura, è stato inviato da Dio come “sentinella” per scomodare, richiamando il popolo alla lotta contro la malvagità, alla quale rischiava di accomodarsi. Il profeta non è arrogante, altrimenti cade nello stesso errore dei malvagi; è mite ma determinato, rispettoso nello stile ma rigoroso nel messaggio. San Geminiano sostenga tutti noi e specialmente le guide, i pastori, le sentinelle, nella decisa ricerca del bene comune: lui, che ha combattuto il maligno e ha sparso senza timore la profezia del Vangelo.

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