Mirandola, il Festival Pro-Memoria chiude con 6.500 presenze

Dopo l'edizione concetrata e tematica di quest'anno, appuntamento dal 4 al 7 giugno 2020

Il binomio identità-memoria ha conquistato il pubblico del pro-memoria Festival, che si conclude oggi a Mirandola: la scelta di dedicare questa edizione intermedia del Memoria Festival – organizzata dal Consorzio per il Festival della Memoria di Mirandola, con la collaborazione della casa editrice Einaudi – alla domanda fondamentale che definisce individui e gruppi, è stata vincente, premiata con 6.500 presenze e un’elevata partecipazione a tutti gli incontri e gli spettacoli presso il Parco Piazza Matteotti.

Il tema Identità ha guidato non solo le riflessioni degli ospiti, e le tante domande dal pubblico, ma è stato anche la chiave di volta della sorpresa riservata dal Festival alla sua città: il docu-film Mirandola: suggestioni identitarie di una città. I Pico nel racconto di Carlo Lucarelli. Mostrato in anteprima alla vigilia della manifestazione, e durante tutte le giornate, il video ha riscosso applausi ad ogni proiezione, per la narrazione avvincente offerta dallo scrittore dell’identità più profonda di Mirandola, indissolubilmente legata al nome della famiglia Pico, ripercorrendo alcuni secoli del passato locale, tra personaggi, fatti ed episodi significativi. L’identità del territorio è stata, inoltre, raccontata da altre due novità di questa edizione: la mostra Una Piccola Capitale. Saggi di memoria, visitabile fino al 7 luglio nell’Aula Santa Maria Maddalena (via Goito) e la proiezioneLe radici del futuro in occasione del 120° anniversario di CPL Concordia Group.

I profili molto diversi dei protagonisti intervenuti hanno dato vita a un suggestivo caleidoscopio di interpretazioni del concetto di identità, con aperture sugli orizzonti più disparati. Matteo Collura, amico e biografo di Leonardo Sciascia, ne ha ricordato insieme a Mario Patanè l’identità di intellettuale, inscindibile dall’impegno civile e politico anche e soprattutto nei momenti più avversi. Lo storico Alberto Melloni e l’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi si sono invece soffermati su quanto l’identità religiosa possa essere distorta o derisa nel dibattito pubblico o piegata ad uso politico, nel vano tentativo di offuscare la verità storica e culturale di cui essa, come memoria di fede e pratiche, è testimone. Un altro volto ancora, dell’identità, si è rivelato nel confronto tra gli storici e critici cinematografici Gian Piero Brunetta e Jean Antoine Gili: nella loro introduzione alla proiezione in prima assoluta del film Le monde de Sorrentino (da un’idea di Jean A. Gili, regia di Sandra Marti e Emmanuel Barnault), i due hanno infatti ricostruito tipi e stereotipi dell’identità italiana rappresentati al cinema, come anche le tracce dell’italianità negli stili dei registi più famosi.

Nella seconda giornata del pro-memoria Festival, l’indagine su cosa sia e da dove abbia origine l’identità si è arricchita del contributo del filologoMaurizio Bettini che, dialogando con Ernesto Franco, è risalito anzitutto alla genesi del concetto di “umanità” nella cultura antica, spiegando come quelli che oggi definiamo “diritti umani” un tempo riguardassero i defunti, mentre per i vivi si traducevano in doveri sacri e inviolabili. Il viaggio nei classici della letteratura greca, poi, ha restituito tutta la dinamicità dell’idea di identità, che nulla ha a che vedere con l’autoctonia, né con l’immagine di un albero immobile, radicato per sempre in un unico luogo, ma è invece più simile a un fiume, all’insegna del movimento, della provenienza e della destinazione. Cambiando completamente prospettiva, con lo psicobiologo Alberto Oliverio e la farmacologa Patrizia Campolongo il pubblico ha potuto gettare uno sguardo agli orizzonti della ricerca scientifica, immergendosi nelle dinamiche fisiologiche del nostro cervello, responsabili della creazione e del richiamo dei ricordi e, quindi, della costruzione della nostra identità. Da chi soffre di ipermemoria autobiografica a chi è invece affetto da deficit di memoria, si è capito come senza il vissuto personale nessuno di noi potrebbe mai essere ciò che è. L’incontro con la regista e sceneggiatrice Francesca Archibugi si è ricollegato alla dimensione cinematografica dell’identità che, secondo la protagonista, non è mai solo individuale: dentro ciascuno di noi sono racchiusi mondi collettivi, del passato e per certi aspetti anche portatori di tracce del futuro; spetta al regista fare in modo che queste storie possano emergere e raccontarsi da se stesse.

Nella panoramica delle interpretazioni non potevano mancare il prisma della letteratura e quello dell’antropologia. La scrittrice e critica letterariaNadia Fusini si è fatta interprete del primo, scegliendo la maestria di Shakespeare come via di accesso alle profondità dell’Io. Tra amore e desiderio, possesso e conquista, dalla rassegna delle figure letterarie che hanno raccontato l’identità in e dell’amore, è emerso quanto sia centrale non arroccarsi dietro la corazza della propria identità, facendo piuttosto delle proprie certezze uno strumento di apertura, accoglienza e reciprocità. Convinzione, quest’ultima, condivisa anche dall’antropologo Marino Niola, per il quale l’identità è la traccia dell’altro dentro di noi e non è possibile pensarla senza l’alterità: siamo come un tessuto fatto di colori diversi e se lo dimentichiamo allora l’identità diventa una gabbia, una cittadella assediata. Ostinarsi a cercare l’immunità, che è il contrario della comunità, condanna ad una solitudine che, a forza di evitare il contatto con gli altri, finirà col fare ammalare la vita. Puntuale, in chiusura della seconda giornata, la tappa musicale alla ricerca delle tonalità più arcaiche e, allo stesso tempo, innovative, con le quali l’identità può tradursi in musica: il critico musicale Sandro Cappelletto ha incontrato i cantanti, compositori e polistrumentisti siciliani Enzo e Lorenzo Mancuso (alle 19) i quali, prima di incantare il pubblico con suoni e poesie della loro isola natale nel concerto Sfrimma (Apri la serratura dell’anima, dille qualcosa), hanno condiviso la propria esperienza di emigrati che, lungi dal distaccarli dal crogiolo di memorie e tradizioni della loro terra, li ha invece ispirati a prendere quell’identità e trasformarla in un modo che ne conservasse il volto pur sapendo raccontare una nuova storia. Della quale il viaggio musicale, fatto di molteplici modulazioni di antichi accenti, cadenze e melismi, è stato la voce.  

Il pro-memoria Festival ha aperto la giornata conclusiva di oggi, particolarmente incentrata sull’universo della narrazione, con un’altra forma ancora di identità: quella plurale e senza tempo che sperimentiamo nei libri, grazie all’incontro personale e al dialogo con autori di ogni epoca che diventano come amici intimi e dei quali quasi viviamo anche noi esperienze ed emozioni. Ne ha parlato, ad un pubblico ammaliato, la docente di letteratura italiana alla Scuola Normale Superiore di Pisa Lina Bolzoni, insieme al poeta Franco Marcoaldi: da Petrarca a Machiavelli, da Tasso a Montaigne, è stato un convivio di immaginazione e storia, prova tangibile di quanto sia meravigliosa la solitudine, solo apparente, della lettura.

Nel pomeriggio è atteso un pubblico altrettanto numeroso agli ultimi appuntamenti del Festival: l’esplorazione delle declinazioni dell’identità prosegue infatti con gli storici Giuliano Albarani e Alberto De Bernardi (alle 15) sul racconto di un secolo di vicende italiane, dal 1919 ad oggi, lo scrittore Marco Balzano che ricorderà il significato e l’origine di alcune parole, e i motivi per i quali sono così importanti per dirci chi siamo (alle 16.30), e il candidato al Premio Strega Marco Missiroli che passerà in rassegna le declinazioni dell’idea di fedeltà (alle 18). A conclusione del pro-memoria, l’attore e registra teatrale Ivano Marescotti e la Filarmonica “C. e G. Andreoli” proporranno il concerto Musica e identità nazionale verso una nuova identità europea (alle 21.30). L’appuntamento con il Memoria Festival è dal 4 al 7 giugno 2020.

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