"Io, Antonio Delfini. Memorie postume di un personaggio da romanzo" di Roberto Vaccari sarà presentato il 9 dicembbre presso la Sala dei Passi Perduti.

Romanzo, biografia, saggio letterario: difficile definire cosa rappresenti la corrente di parole in cui ci si immerge intraprendendo la lettura di questo libro. Perché se subito si resta spiazzati dal ritrovarsi al cospetto di uno spettro evanescente, presto si capisce che, invece, al centro della scena c'è proprio lui, Antonio Delfini, in un appassionato tentativo di difendersi dalle accuse che nel tempo si sono riversate su di lui e disponibile a un confronto che chiarisca i dubbi sulla sua esistenza: il percorso in chiaroscuro di un uomo che ha sofferto e dilapidato tutto, patrimonio, vita e intelligenza.

Con un efficace artificio letterario, Roberto Vaccari costruisce in modo empatico e ironico un ritratto vivido e umano di un grande intellettuale, che meriterebbe ben maggiore considerazione nel panorama letterario italiano. La narrazione si dipana in una confessione postuma, una candida considerazione sull'arte e sulla vita con cui l'autore riflette anche sul proprio mestiere. Tanto che, se Delfini avesse davvero scritto tutto ciò che Vaccari gli mette in bocca, queste confessioni sarebbero il testo più lungo da lui mai redatto.
Tra il grottesco e il tragico, la dilagante vis narrativa di Delfini si rivela un fiume in piena, un'inarrestabile valanga di ricordi e "ricordi di ricordi", che si ingarbuglia nella storia di una città che per lui è stata nutrice e amante. Quella malinconica M***, sigla sotto cui la celava, che è sempre al centro della scena, vista con l'occhio trasognato di un uomo che l'ha più volte abbandonata, ma che non si rassegna all'esilio e vi torna per morire.

Il presentarsi sulla scena come un ectoplasma, consente a Delfini di avere libero accesso alla memoria perduta, ma anche di dare libero sfogo ai pensieri man mano che gli vengono in mente in un dissacratorio e tardivo tentativo di spiegarsi, giustificarsi, difendersi dalle critiche feroci che gli sono fioccate addosso nel corso dei decenni. Nei lunghi monologhi sollecitati dalle precise accuse di uno scrittore di provincia che si è recato in pellegrinaggio alla sua tomba, Delfini esprime la sua vena vitale. Divertente, sarcastico, offensivo, spregiudicato ­ o come si autodefinì in una poesia autobiografica Anarchico Anafilattico Idiosincratico Socialdemocratico Monarchico Repubblicano ­ Delfini reclama attenzione. Rigetta le accuse e le rimanda al mittente, rivelando una intelligenza e una empatia commovente che ci aiutano a riscoprire quell'inestricabile intreccio tra vita e scrittura, fra realtà e immaginazione, che definisce la sua arte, unica e impossibile da incasellare.

Nel ribattere al suo interlocutore Delfini parla di sé, evoca epoche lontane, riporta racconti, aneddoti, citazioni, rammenta i suoi difetti, rivela segreti e smonta prove a suo carico, disposto a confessare la sua disperazione, la disillusione, il proprio umore malinconico, indolente e ribelle, fonte di una produzione letteraria e poetica sghemba, ruvida, debordante, aggraziata e disgraziata, che resta un monumento per la sua città natale - Modena "confusa nella nebbia della pianura" - che lo scrittore ha amato e odiato tanto e che pare non essersi accorta di lui.

Roberto Vaccari è nato nel 1950 a Modena dove vive e lavora. È sposato, ha una figlia e una nipote. Laureato in Storia Contemporanea presso l'Università di Bologna, è autore di romanzi e di racconti. Vincitore e segnalato in vari premi letterari nazionali, ha pubblicato tra l'altro: nel 2014 il romanzo storico Il quinto Francesco; nel 2015 la biografia Manfredo Fanti, patriota e soldato; nel 2016 il romanzo La capitale dei sogni, il romanzo di Ciro Menotti e Francesco Baracca, l'ultimo volo di Pegaso, nel 2017 Enrico Cialdini, il generale di ferro

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