L’analisi | L'autonomia regionale differenziata che non ruba ai poveri per dare ai ricchi

Allarme frazionamento: ennesimo empasse per la proposta referendaria presentata dalla regione che il governo giallo-verde rimanda senza una linea condivisa

Con la proposta di autonomia presentata da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, la nostra regione chiede la gestione di 15 competenze tuttora materia di legislazione concorrente, ovvero che non appartengono dichiaratamente né allo stato né alle regioni. L’atto segue la riforma del titolo V della Costituzione approvata nel 2001 ed è quindi pienamente legittimo perché costituzionalmente ammesso dall’articolo 116, comma III. La richiesta emiliano - romagnola è la più moderata tra le tre e tratta questioni come tutela e sicurezza del lavoro, istruzione, ricerca, governo del territorio, protezione civile, ambiente, salute, sport, giustizia, cultura ed agricoltura. 

Tuttavia, la proposta presentata dal presidente della regione Bonaccini, dopo un’ iniziale accordo con il governo Gentiloni, rinnovato con il presidente Conte, pare essersi arenata nelle stanze dell’amministrazione giallo-verde. Da una parte, il ministro dell’interno Salvini è a favore della proposta, convinto che l’autonomia gioverà sia al Nord che al Sud; dall’altra sono molti gli oppositori che allarmano sui rischi per l’unità nazionale, soprattutto tra le file del M5S. 

In particolare, il dibattito si accende sul nodo economico: l’autonomia differenziata delle regioni più virtuose si ripercuoterà su quelle meno ricche, quindi sul Mezzogiorno? Non necessariamente.

Bonaccini ribadisce l’importanza dell’unità del paese e della solidarietà tra Nord e Sud, ma non dimentica che la nostra regione è da quattro anni la prima per crescita ed export mentre, stando alle recenti stime, il paese scivola nel segno della recessione. “La nostra proposta non prevede un euro in più di quanti già oggi ne siano spesi per il nostro territorio dallo Stato centrale. Chiediamo di poter gestire le risorse già ora spese per le competenze richieste, convinti di poterlo fare con maggiore efficacia e rapidità”. “Anche il superamento degli sprechi e delle inefficienze però è cruciale”, ripete Bonaccini, “spero che per ogni legittimo timore espresso per il divario tra Nord e Sud arrivi anche un impegno per contenere il divario dell'efficienza”. 

Dalla stessa parte si schiera anche il neo-eletto segretario dem “solo su questo schema” ha aggiunto Zingaretti “che poi è quello dell'Emilia-Romagna, si può parlare seriamente di autonomia differenziata, per riaffermare il ruolo, le potenzialità e le specificità dei sistemi territoriali e per coniugare parità di diritti ed efficienza”. autonom-2

A questo proposito, è interessante notare che le tre regioni portavoce dell’autonomia differenziata sono le prime  per  residuo fiscale, ovvero la differenza tra quanto un territorio versa sotto forma di tributi e quanto riceve in forma di servizi. Il grafico evidenzia cifre record per alcune regioni. (se l’istogramma è a destra la Regione versa più di quanto riceve se, invece è a sinistra è residuo fiscale negativo: riceve più di quanto versa). In particolare, l’Emilia-Romagna si classifica seconda, con uno residuo fiscale di 18 miliardi e 161 milioni. Segue lo stesso trend il residuo fiscale pro-capite, che colloca la nostra regione al secondo posto con 4.239 euro per cittadino.

L’intesa stato-regione prevede che le risorse vengano allocate utilizzando il cosiddetto criterio del costo storico, in base al quale lo stato-centrale destinerebbe lo stesso ammontare di risorse alla regione senza cambiamenti per il bilancio statale e regionale. Il vero cambiamento si presenta con l’eventuale utilizzo del costo medio. Infatti, il costo medio fa riferimento alla media nazionale stimata per i fabbisogni standard e consentirebbe di destinare più fondi alle regioni che oggi, in base al proprio costo storico, ottengono minori finanziamenti. In questo caso, però, lo Stato dovrebbe disporre di maggiori risorse. Per tanto, sarebbe necessario alzare le tasse o creare più deficit per ottenere più fondi, con ripercussioni anche sulle regioni meridionali.

Un altro dato interessante riguarda la spesa pubblica regionale in relazione al Pil prodotto. I numeri evidenziano un rapporto inversamente proporzionale, ovvero nelle regioni con un Pil più alto la spesa pubblica è minore. La media nazionale si attesta sul 39,1% ma le regioni del Sud e le isole superano il 50%, registrando il record di 59,2% nel caso della Calabria. Ancora una volta, il risultato viene bilanciato dalle regioni del Nord che spendono meno della media italiana, in particolare Lombardia (29,9%), Veneto (31,9%) ed Emilia-Romagna (32,5%). Tabelle dati RGS 2-2

Se invece osserviamo quanto spende lo Stato italiano per ogni regione, scopriamo che la media nazionale è di 3.443 euro ma si divide in 4.020 euro procapite in media per le regioni del Sud e 3.084 euro procapite in media per le regioni del Nord. Anche in questo caso le tre regioni richiedenti l’autonomia sono agli estremi della classifica e nello specifico l’Emilia-Romagna riceve "appena"  2.772 euro. Sebbene questa relazione sia comprensibile, in virtù del principio per cui è giusto incentivare la crescita delle regioni meno produttive, è anche vero che il sistema corrente penalizza la competitività delle zone più avanzate che devono far i conti con il panorama europeo e il mercato internazionale. 

Contraria all’ autonomia differenziata, l’ Associazione per lo Sviluppo Industriale nel Mezzogiorno (SVIMEZ) sottolinea “è possibile che, in assenza di riforme costituzionali, inizi un percorso verso un sistema confederale, nel quale alcune Regioni si fanno Stato, cristallizzando diritti di cittadinanza diversi in aree del Paese differenti”. Il timore di una frammentazione del territorio nazionale è alle porte? L’economista Giuseppe Provenzano non ha dubbi “è la fine dello Stato-nazione. Lo Stato italiano rischia di rimanere una scatola vuota. E se non c’è un disegno per il ruolo dello Stato come può esserci un disegno per il ruolo della Capitale?”.

Cavalcano la polemica anche gli esponenti Cinque Stelle che nelle regioni meridionali trovano il proprio bacino elettorale. La materia dell’autonomia regionale rientra a pieno titolo nel contratto di governo giallo-verde, elencata bizzarramente in coda al reddito di cittadinanza, ma considerati i recenti scontri sulla Torino - Lione, il Movimento non può permettersi il malcontento anche dell’elettorato meridionale. Si cerca di temporeggiare almeno fino alle elezioni europee chiedendo garanzie sui Lep, cioè i livelli essenziali di prestazione garantiti dall’articolo 117, comma II. Resta da chiedersi se il Movimento abbia qualche possibilità di bloccare un iter già avviato con il benestare degli alleati Leghisti e soprattutto, quali le ripercussioni sull’elettorato?

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