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Kurdistan, la Cgil di Modena promuove le adozioni a distanza

Prosegue l'impegno da Modena per le popolazioni sfollate nel campo di Mahmura e non solo: cinque famiglie adottate dal sindacato

Anche l'Agenzia  Onu-Unhcr, che  si  occupa  del fenomeno mondiale dei rifugiati, vittime  dei crescenti conflitti e persecuzioni politico-etnico-religiosi, documenta la dimensione sconcertante del dramma del popolo nel Kurdistan. Guerre  e  terrore, sopratutto dittature - spesso "amiche" dell'Occidente – che sconvolgono intere popolazioni. Fra  i  tanti  drammi  internazionali, c'è l'assedio di un popolo nel Kurdistan smembrato da quattro  stati   (Siria,Turchia, Iraq, Iran) autoritari  o instabili, o al centro di guerre e terrore Jihad e poi Isis. Ora c'è la tragica aggravante del virus che colpisce un popolo senza vaccini.

In  questi  ultimi anni, anche la Cgil modenese ha stretto il suo impegno diretto,  nel  sostegno  concreto a progetti di cooperazione internazionale rivolti alle diverse comunità kurde. Da un lato collaborando alla costruzione di un piccolo poliambulatorio nel campo profughi kurdo di Mahmura nel Nord Iraq, con anche il riutilizzo dell'attrezzatura sanitaria  recuperata  dalle  ristrutturazioni post-sisma degli ospedali di Carpi e Mirandola; e recentemente abbiamo concorso per l'acquisto di una necessaria ambulanza. Dall'altro partecipando con orgoglio anche quest'anno - grazie all’adesione delle Categorie  dei lavoratori e delle Leghe dei pensionati della Cgil di Modena - alla  virtuosa iniziativa delle "adozioni  a distanza" di famiglie di prigionieri o caduti kurdi, colpite dal regime turco di Erdogan, col primario obiettivo di mantenere a scuola le bambine ed i bimbi rimasti orfani.

La  scorsa settimana abbiamo così rifatto il versamento necessario per mantenere vivo il fraterno legame con la quindicina di famiglie "adottate" dal nostro sindacato. Sevgi, moglie di un condannato politico, con cinque figli. Ayse, col marito in carcere per 36 anni. Celik, col marito caduto nella repressione militare del villaggio. Lutfie, col marito ucciso in carcere. Kurt, mamma di un universitario condannato a dieci anni. Hamdiye,  vedova  con  sei figli, scacciata dall'esercito  turco  dal  suo villaggio di Bismil.  Stesso dramma per le famiglie di Rehime e Ylmaz. Mansure, col marito costretto alla montagna ed il papà ucciso dai gendarmi. Sirin, col marito condannato all'ergastolo. Nazime,  col figlio in carcere e figlia guerrigliera dopo l'uccisione della sorella in carcere. Enise, col marito condannato a vita. Adelet, violentata e torturata in prigione. Lerzan,  giornalista  imprigionata lo scorso novembre, che aveva accompagnato le nostre  delegazioni  per seguire in diretta gli scandalosi processi politici  dello stato turco alle decine di sindaci kurdi.

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