Il commento | Caos nei tempi e troppi silenzi, un Decreto in cortocircuito

Un caos istituzionale che ha sminuito un messaggio di fondo essenziale: a tutti è chiesta un'assunzione di responsabilità che vada oltre i cavilli legali

L'approvazione del Decreto sulle nuove misure anti-coronavirus ha visto intrecciarsi una serie di malfunzionamenti della macchina pubblica che hanno contribuito a generare caos e incertezza, l'esatto opposto di quanto invece sarebbe necessario in un periodo di per sè schizofrenico come quello legato all'attuale emergenza sanitaria. Quello che sorprende - e imbarazza - è come si siano sovrapposti diversi livelli di inefficienza.

Prima a finire sotto accusa è stata la gestione comunicativa dell'iter di approvazione, con la diffusione della bozza non definitiva del Decreto: una fuga di informazioni che i palazzi - ovunque essi siano - non dovevano permettere. Sulla scia dell'ondata emotiva procurata da questa notizia dirompente sono seguite fasi concitate e - ad un osservatore esterno - del tutto inspiegabili.

Mentre i Presidenti di Regione, Bonaccini in primis, e gli amministratori locali si affrettavano a comunicare che la bozza diffusa non era ufficiale e che sarebbe tenuto un confronto con le Regioni per chiedere una modifica delle norme, quelle stesse regole - per giunta ampliate ad altre 3 province - venivano "approvate" da un videomessaggio del Presidente Conte. Alle ore 2.20 di notte. Due e venti. Di notte.

Diventava così ufficiale, ma non ancora firmato dal premier, un documento dalle conseguenze epocali per milioni di cittadini e per la parte trainante dell'economia nazionale. Un risveglio traumatico per il Paese, sprofondato nell'incertezza qualche ora prima ma per nulla rassicurato da quanto scritto nelle 13 pagine del DPCM.

Già, perchè oltre ad i tempi che hanno reso difficile applicare le norme dalla domenica mattina, lo stesso contenuto del testo si presenta a tratti confuso e non certo in grado di rispondere alle tante legittime domande che cittadini e imprese sollevano sul prossimo futuro. Un'incertezza che ha costretto lo stesso Governo ad intervenire a più riprese per fornire spiegazioni, incalzato dagli enti locali, fino a ridefinire in maniera significativa la portata delle restrizioni.

Una concertazione a posteriori, di fatto, che sottolinea tutta la debolezza di Palazzo Chigi e la mancata autorevolezza delle autorità centrali, che in una fase come questa dovrebbero parlare con una sola voce, senza tentennamenti e ritrattazioni. Se è in gioco la salute dei cittadini, non dovrebbero essere possibili ambiguità. Ma così non è stato. Interpretazioni, spiegazioni, direttive, consigli: un balletto che prosegue da ore.

Questo clima di indecisione ha contribuito in ultima analisi a sminuire il messaggio di fondo del decreto, che era e resta serio e non da sottovalutare: limitate gli spostamenti alle necessità reali, per il resto state a casa. Evitate i contatti sociali per scongiurare la diffusione del contagio. A tutti noi è chiesta un'assunzione di responsabilità: dimostriamo di essere capaci di guardare oltre la confusione normativa, i cavilli, i distanziometri in centimetri, gli orari dei bar e le autodichiarazioni. Dimostriamo di essere disposti a qualche sacrificio e di cogliere l'importanza della salute collettiva, che dipende anche e soprattutto dai nostri piccoli gesti. 

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