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Mercoledì, 17 Aprile 2024
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"La pioggia migliora la qualità dell'aria? Sì, ma è solo un palliativo. Servono azioni concrete"

L'allarme di Luca Lombroso, divulgatore ambientale e tecnico meteorologo all'Osservatorio Geofisico di UniMoRe

Questo febbraio di piogge intense - che anche per la prossima settimana non accennano a smettere - se da un lato sta mettendo alla prova la tenuta del nostro sistema di sicurezza, dall’altro pare aver riportato la qualità dell’aria nella norma. Una controtendenza rispetto al 2024 che, finora, aveva registrato livelli allarmanti su tutta la Pianura Padana. Ne abbiamo parlato con il divulgatore ambientale Luca Lombroso, tecnico meteorologo all’Osservatorio Geofisico del Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Partendo da una doverosa premessa presa in prestito dal fisico e chimico francese settecentesco Antoine-Laurent Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. 

Lombroso, questa fase di grandi piogge può davvero farci tirare un sospiro di sollievo in termini di qualità dell’aria?

“Abbiamo registrato valori più bassi di polveri sottili nell’aria perché la pioggia sugli inquinanti ha un effetto che si chiama ‘dilavante’, ovvero tende a rimuoverli facendoli depositare al suolo, per poi diluirsi. Ma questo non vuol dire che spariscano: nulla sparisce o si distrugge, tutto si trasforma. Certo, si trasformano in qualcos’altro di un po’ meno dannoso. Sulla qualità dell’aria ha un effetto più efficace il vento, che invece tende a disperdere gli inquinanti e trasportarli altrove. Possiamo anche dire che le perturbazioni di questo periodo ci hanno tolto da una fase emergenziale, ma solo per portarci in un’altra: quella delle troppe piogge”. 

Cosa c’è alla radice del problema? 

“Non il meteo. Sì, viviamo in una zona penalizzata meteorologicamente e orograficamente però dobbiamo farcene una ragione: non è una scusante avere condizioni meteo avverse o le montagne intorno. Noi viviamo in una zona in cui… vogliamo dirlo? Siamo in troppi, consumiamo troppo, abbiamo troppe industrie e troppe auto. Il problema è lì. Il resto sono solo cure palliative. Le condizioni attuali sono leggermente migliorate rispetto al passato ma non ci porteranno ad avere una situazione di aria sana. Abbiamo tanti vantaggi ad abitare qui ma viviamo in un posto malsano perché l’abbiamo sovraccaricato di attività inquinanti”.

Quanto dobbiamo salire per respirare un’aria diversa?

“Dipende dalle situazioni meteo. In certi casi basta salire di due, trecento metri o anche sette, ottocento. Sopra i mille l’aria, in inverno, è notevolmente ripulita. Altra cosa per l’estate, concetto che però sfugge al cittadino: in questo periodo dell’anno infatti alcuni inquinanti riescono a risalire. Il punto è che non esistono soluzioni semplici a questioni complesse: tutto è connesso. La situazione è grave, meglio del passato dal punto di vista della qualità dell’aria ma lontanissima dall’essere sufficiente dal punto di vista della salute. L’inquinamento non è la causa ma il sintomo di tanti altri problemi: andrebbe affrontato in modo sistemico. Invece si continuano a fare cure mirate al sintomo e non alla radice della malattia”.

Intanto in Consiglio Comunale è stato approvato l’ordine del giorno sull’installazione di un “climate clock”. 

“Un giochino. Il cambiamento vero può arrivare solo con provvedimenti forti, coraggiosi e condivisi: zone trenta, meno auto, energie rinnovabili, agricolture e allevamenti meno impattanti, uno stop deciso alla cementificazione”. 

Vuole lanciare un messaggio al mondo della politica, in vista della campagna elettorale che riempirà i prossimi mesi? 

“Di unirsi in questa battaglia senza farne una bandiera politica. Questo è un problema trasversale, che non ha colore. E’ una causa comune e come tale deve essere affrontata”. 

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