L'effetto del Covid sui pazienti fragili, pubblicato lo studio Unimore

Modena unico centro italiano coinvolto nello studio coordinato dall’Università di Cardiff, pubblicato sul numero di luglio di The Lancet Public Health

L’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena ancora in prima linea nella ricerca sul SARS-CoV-2. La Struttura Complessa di Malattie dell’Apparato Respiratorio del Policlinico, diretta dal Prof. Enrico Clini di UNIMORE, è uno degli undici centri, unico italiano, ad aver partecipato allo studio del Regno Unito coordinato dall’Università di Cardiff e dal Dott. Johnatan Hewitt (primo autore del lavoro), che ha coinvolto circa 2.000 pazienti e che è stato pubblicato sul numero di luglio di The Lancet Public Health. Questa ricerca – che per il centro di Modena è stata condotta dalla Dottoressa Alessia Verduri di Malattie Apparato Respiratorio, con il supporto delle Malattie Infettive dirette dalla Prof.ssa Cristina Mussini di UNIMORE e grazie alla preziosa collaborazione del Prof. Giovanni Guaraldi di UNIMORE - ha dimostrato per prima come la prognosi a breve termine dei pazienti ricoverati in ospedale per polmonite da COVID-19 sia legata in maniera significativa alla fragilità individuale, e non tanto all’età o alla presenza di co-morbilità croniche come già documentato da studi recenti.

La fragilità – spiega il Prof. Enrico Clini – è una caratteristica individuale ben nota in geriatria che identifica i cosiddetti pazienti più “vulnerabili”. La fragilità è quindi una condizione dinamica dell’individuo che sperimenta perdite di funzione in più domini personali (psichico, fisico, sociale) ed è determinata da più variabili che aumentano il rischio di risultati sfavorevoli per la propria salute. Un esempio di fragilità è rappresentato da un paziente che per causa di malattia ha perso una funzione fisica, non ha autosufficienza, ha subito cambiamenti socio-ambientali sfavorevoli (mancanza di care-giver, casa con barriere architettoniche, etc.) con inevitabile peggioramento dello stato di salute”.

Si tratta di un risultato importante, del quale andare orgogliosi – ha commentato il dottor Claudio Vagnini, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena – che unisce le anime di un’Azienda come la nostra, la ricerca scientifica applicata a un concreto e importante risultato clinico, unita alle collaborazioni didattiche, nazionali e internazionali, che portiamo avanti grazie alla stretta collaborazione con UNIMORE. Questa stretta sinergia tra assistenza, didattica e ricerca è fondamentale nell’evoluzione della medicina del futuro”.

Il centro di Modena ha contribuito allo studio internazionale con circa 160 pazienti (il 10% della casistica complessiva) fornendo risultati molto omogenei rispetto a quelli osservati negli altri centri di oltre Manica. Il dato significativo è rappresentato dalla possibilità di intercettare, in questi pazienti COVID-19 ospedalizzatiil grado di fragilità attraverso una semplice scala a punteggio validata (la Clinical Frailty Scale – CFS). Il punteggio aumenta in funzione della fragilità e tanto è più elevato tanto maggiore è il rischio che il paziente muoia in ospedale. In pratica, suddividendo la fragilità in assente, lieve, moderata o grave, si è osservato che il rischio di morte aumenta di quasi 2 volte in caso di fragilità moderata e che aumenta di oltre 2 volte in caso di fragilità grave rispetto alla assenza di questa condizione, a prescindere da età e altri fattori che concorrono alla prognosi. Oltre a questo, essere pazienti fragili rallenta la possibilità di dimissione dal reparto per acuti verso il proprio domicilio in tutti i pazienti che sopravvivono.

Le implicazioni cliniche pratiche sono dunque rilevanti – prosegue Clini – poiché una valutazione sulla fragilità individuale del paziente COVID-19 subito all’ingresso in ospedale dovrà potenzialmente fare predisporre misure e interventi di possibile protezione oppure anticipare decisioni gestionali per il breve e medio termine

Hanno fatto parte di questo progetto, fra gli altri, alcuni prestigiosi centri clinici e di ricerca del Regno Unito quali il King’s College di Londra, il Salford Royal NHS di Manchester, il North Bristol NHS Trust, l’Università di Glasgow. Questa collaborazione internazionale con il nostro centro nasce grazie alla esperienza della dottoressa Alessia Verduri, pneumologa e PhD, che sta completando il Master in Ageing Health and Disease (malattie e problematiche correlate all’invecchiamento) proprio alla Cardiff University e che è quindi stata coinvolta nel gruppo di lavoro aprendo anche al nostro ospedale e al nostro ateneo di Modena e Reggio Emilia un possibile nuovo fronte per la ricerca clinica internazionale. La collaborazione del reparto Malattie Infettive e del Prof. Giovanni Guaraldi in particolare, autore di numerosi studi che analizzano dati su pazienti COVID-19 ricoverati nel nostro ospedale, si è rivelata fondamentale per la gestione del database organizzato e coordinato ad hoc per la circostanza epidemica.

Mi complimento con il Prof. Clini e con la Dott.ssa Verduri per il prestigioso risultato conseguito – ha affermato il prof. Carlo Adolfo Porro, Magnifico Rettore di UNIMORE - La collaborazione internazionale nella ricerca scientifica è uno degli indicatori fondamentali dell’autorevolezza di un’Università. Sono quindi molto lieto della pubblicazione di queste ricerche, che testimoniano ancora una volta il grande impegno profuso da Unimore in questi mesi nella lotta al COVID-19”          

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