Ventilazione meccanica non invasiva: uno studio modenese nella Terapia Intensiva del Policlinico

L'articolo è stato pubblicato su American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine. Lo studio condotto per un anno su 30 pazienti che la NIV è meno efficace all'aumentare dello sforzo respiratorio del paziente

L'efficacia della Ventilazione meccanica non invasiva (NIV) diminuisce all'aumentare dello sforzo respiratorio del paziente, che si valuta tramite la misura della pressione esofagea. Questo il risultato di uno studio tutto modenese condotto dagli pneumologi dell'Azienda Ospedaliero - Universitaria di Modena, guidati dal prof. Enrico Clini di UNIMORE e pubblicato sulla prestigiosa rivista American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, Lo studio è durato un anno e ha coinvolto 30 pazienti seguiti dall'Unità di Terapia Semintensiva Respiratoria del Policlinico, in collaborazione con la Terapia Intensiva diretta dal prof. Massimo Girardis di UNIMORE, tra i firmatari dello studio. Il progetto è stato realizzato in un periodo precedente all'attuale crisi legata al COVID19, ma costituisce un importante supporto per valutare le terapie da applicare anche ai pazienti con difficoltà respiratoria derivante da polmoniti dovute al Coronavirus. 

La ventilazione meccanica non invasiva (NIV) – spiega il prof. Enrico Clini di UNIMORE - è un presidio di cura irrinunciabile per molti pazienti bronchitici cronici che sviluppano insufficienza respiratoria acuta, evitando il ricorso a intubazione e cure intensive. La NIV, invece, quando applicata in corso di insufficienza respiratoria acuta di nuova insorgenza con ipossiemia (cioè non in un paziente cronico) risulta essere molto meno efficace e sicura. In queste situazioni una delle principali scommesse da un punto di vista clinico e fisiologico è la identificazione di parametri controllando i quali sia possibile determinare quali pazienti rispondono positivamente alla NIV piuttosto di altri che debbono essere trasferiti a cure più intensive. Il nostro studio ha proprio voluto verificare i possibili fattori predittivi di fallimento della NIV nei pazienti gravemente ipossiemici. Ci siamo resi conto che lo sforzo respiratorio, che abbiamo misurato sotto forma di pressione esofagea, rappresenta un indicatore più affidabile rispetto ad altri parametri. Al suo aumento diminuisce l'efficacia della NIV e quindi aumenta la probabilità di dovere ricorrere a intubazione e ventilazione meccanica invasiva”. 

Lo sforzo respiratorio è la misura di pressione che il sistema toraco-polmonare deve applicare per iniziare l’atto respiratorio. Nello studio modenese è stato dimostrato che questa misura fisiologica fornisce una indicazione clinica molto più rapida (appena 2 ore) rispetto ad altri parametri noti nella letteratura (punteggi di gravità clinica, indice di ossigenazione, frequenza del respiro, ecc)., per decidere l’eventuale ricorso a intubazione del paziente

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Le implicazioni cliniche di questo studio – conclude il dottor Roberto Tonelli, pneumologo dottorando di ricerca di Unimore, primo autore dello studio – se confermate in altri studi da condurre su un più elevato numero di pazienti, sono rilevanti, perché impattano sulla la decisione che ne può derivare, e hanno un valore ancora più forte in questi tempi, in cui la sindrome respiratoria da COVID-19 rappresenta un modello clinico di insufficienza respiratoria acuta ipossiemica passibile di questo trattamento con NIV. Se i risultati verranno confermati il test sullo sforzo respiratorio consentirà di decidere in anticipo quando è necessario intervenire 

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