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Domenica, 16 Giugno 2024
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Dieci anni dal sisma: "il nostro sguardo a ogni uscita di casa corre a un orologio, quello del duomo, che non c’è più"

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una lettrice colpita in prima persona dal sisma del 2012

Proprio perché so di essere facilmente tenuta in ostaggio dai ricordi (ho una buona memoria esistenziale e la tendenza a ripensare molto a ciò che accade e che mi accade) e so quanto questo tipo di memoria possa essere un dono prezioso, ma anche una lama a doppio taglio, ho evitato finora di occuparmi troppo del decennale del terremoto del 2012.

Peraltro, per un certo verso, per me questi 10 anni non sono quasi passati, tanto è vivo appunto il ricordo di quegli attimi e di quei giorni, e tanto ancora è evidente nella nostra quotidianità la ferita del sisma (la nostra stessa abitazione, ora perfettamente ristrutturata e in cui siamo rientrati all’inizio del 2017, è stretta fra cantieri annosi e ancora ben lontani dal concludere i lavori e fra edifici ancora sostenuti dalle impalcature, il nostro sguardo a ogni uscita di casa corre a un orologio - quello del duomo - che non c’è più, le tante gru si stagliano nette sul profilo della città).

Per un altro verso, in questi dieci anni sono accadute così tante cose a livello globale (l’alluvione, la pandemia, la guerra) e personale e familiare (lauree, matrimoni, nascite, morti) che gli eventi del 2012 appaiono remotissimi nel confronto.

Ma ieri il messaggio di una giovane e brava giornalista e il dialogo con una cara amica mi hanno fatto capire che era arrivata l’ora, per me, di confrontarmi col decennale del terremoto, che era diventato necessario farci i conti, per non perdere un’occasione, personale e collettiva, di riflessione e di autocoscienza. Perché la memoria ha le gambe, come dice Gemma Calabresi, e può farci camminare e maturare.

Allora stamattina, 20 maggio 2022, mentre mi alzavo con calma mi sono ritrovata a fermare la mente su questa constatazione: non ci si alza sempre così dal letto, quel 20 maggio siamo stati svegliati nel cuore della notte dal tremore della terra, da un boato, da un quadro sbalzato a metri di distanza dall’urto violento dell'onda sismica, da un’imprevedibile realtà: il terremoto. Siamo stati buttati giù dal letto e catapultati nella notte di maggio ancora fresca, tremanti per il freddo notturno, ma ben più per uno spavento primordiale, per qualcosa che risaliva fino a noi dalle viscere della terra e scuoteva tutto, ci scuoteva tutti. Ci siamo ritrovati di colpo poveri, senza casa, senza certezze. Tremanti. Tremanti noi e tutto intorno a noi.

Questa mattina di maggio del 2022 è serena e radiosa, la primavera trascorre in un’estate precoce, la giornata brilla di luce e i giardini inebriano di profumi. In questa serena mattina di maggio mi sono ritrovata a pensare al decennale del terremoto come all’anniversario di una strana, paradossale nascita. La nascita è in fondo un evento traumatico, che avviene nel dolore, porta vita, ma una vita fragile, che va difesa e di cui occorre prendersi cura, una vita che si affaccia al mondo fra le doglie del parto e le urla della madre. Cos’è nato nei giorni del terremoto, fra il dolore e le scosse, per me, per noi? Non è facile dare forma a certi pensieri, ma forse a volte è necessario.

Un sentimento diverso di sé stessi.

Un senso diverso delle cose, delle priorità.

Un modo diverso di sentirsi comunità. La necessità di essere comunità.

Per me, per noi che in quei giorni concludevamo un anno scolastico, ed eravamo nella prospettiva di iniziarne a breve un altro, un nuovo modo di fare scuola ed essere scuola, più essenziale e più creativo. A volte ritrovarsi improvvisamente poveri, indifesi, fragili, deboli come neonati, così come può portarci nell’abisso della disperazione, può forse anche essere un avvenimento di vitale importanza per la nostra autocoscienza, può riportarci alle radici del nostro essere creature che nascono al mondo bisognose di tutto e vivono se qualcuno se ne prende cura.

Di questa cura reciproca per le nostre anime scosse abbiamo bisogno per vivere, e forse questi giorni possono aiutarci a farne buona e vitale memoria.

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