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Cronaca

Abuso di professione, condannati 73 infermieri modenesi “insolventi”

Il mancato pagamento della quota di iscrizione al Collegio professionale è costata una condanna del Tribunale di Modena per 73 dipendenti dell'Ausl di Modena, dopo un accertamento del 2011. Disguido amministrativo che diventa sanzione penale

Il Tribunale di Modena ha condannato 73 infermieri in servizio presso gli ospedali modenesi per abuso di professione. Un fatto che letto in modo superficiale potrebbe far gridare ad uno scandalo nel mondo della Sanità, ma che a ben vedere si riduce solo ad una spinosa questione amministrativa. La condanna infatti è legata ad un aspetto esclusivamente formale, cioè al mancato pagamento della quota annuale al Collegio degli infermieri. 

In altre parole – come sottolinea la stessa Azienda Usl - la questione contestata dai giudici è ininfluente rispetto alla preparazione e capacità di svolgere l’attività di assistenza da parte delle persone interessate dal provvedimento. E non mette in alcun dubbio la professionalità dei 73 infermieri, né la qualità del servizio assistenziale nei reparti ospedalieri.

Si tratta, aggiunge l’Ausl, di un requisito, l’iscrizione all’IPASVI, la Federazione Nazionale Collegi Infermieri, che sembrerebbe essere venuto meno successivamente all’assunzione. Alla luce di quanto accaduto, i fatti risalgono al 2011, in collaborazione con gli infermieri e l’IPASVI, già in passato si sono poste in essere azioni volte ad eliminare queste incongruenze.

L'iscrizione al Collegio è da tempo fonte di dibattito interno e di una regolamentazione a tratti lacunosa, o comunque aperta a più interpretazioni. Lo sottolinea il sindacato Fp/Cgil: “In diversi hanno evidenziato che la legge 43/2006 è stata in parte inattuata. Infatti seppur prevedeva l'obbligo di iscrizione, sanciva altresì la necessità di trasformare i collegi in ordini demandando a un decreto (mai emanato) l'indicazione dei criteri e dei titoli per l'iscrizione agli istituendi ordini e di conseguenza agli albi. L'interpretazione di quanto non accaduto e l'esclusività del rapporto di lavoro pubblico ha portato a sostenere che l'obbligo di iscrizione per i pubblici dipendenti dovesse intendersi solo nei confronti di chi esercita anche la libera professione. È evidente che il Tribunale di Modena non ha considerato questa tesi e ha invece ritenuto di procedere alla condanna per abuso di professione che non solo non rispecchia i fatti ma equipara un'anomalia amministrativa ad un reato penale”.

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