Cronaca Sacca / Via Alessandro La Marmora

Andrea e Senad, il Giudice di Pace ha deciso: libertà

Decisa la liberazione dei due fratelli sassolesi-bosniaci rinchiusi al Cie di Modena da febbraio: per questa vicenda, la Corte di Giustizia Europea ha aperto un procedimento di infrazione verso l'Italia

Andrea e Senad Seferovic

“Chi nasce in Italia, anche se da genitori stranieri, non può essere trattenuto nei Centri di identificazione ed espulsione”. Questa la sentenza storica che rappresenterà un precedente importante pronunciata stamattina dal Giudice di Pace in udienza in via San Pietro in merito al caso di Andrea e Senad Seferovic, i due fratelli apolidi nati in Italia da genitori bosniaci rinchiusi al Cie di Modena in via La Marmora. Il rilascio dovrebbe avvenire già nella giornata di oggi fra le 12:30 e le ore 13 alla presenza del legale dei giovani Luca Lugari e dell'esponente del comitato Primo Marzo Cècile Kyenge.

LIBERAZIONE - “Siamo un po’ confusi ora: perché eravamo qui? Siamo extracomunitari? Ma io mi sento un italiano che non ha potuto fare i documenti”. Queste le prime parole a caldo di Andrea Seferovic, 20 anni, all'uscita della struttura di via La Marmora. Senad, 24, ha poi continuato “C’è gente proprio che sta male qua dentro – ha raccontato ai giornalisti - Ogni giorno aspettavo di uscire per vedere i miei due figli visto che non poteva entrare la mia famiglia. Siamo nati a Sassuolo, siamo italiani è strano essere stati messi qui. Dicono che ho commesso reati, ma per quei reati ho già pagato: allora se è così anche gli italiani che hanno dei precedenti devono stare qui?”.

SENTENZA - “Il pronunciamento ha dichiarato illegittimo il provvedimento di espulsione, sancendo un precedente importante nel diritto italiano in materia d’immigrazione poiché viene stabilito che la legge Bossi Fini non debba essere applicata a coloro che sono nati in Italia o presunti apolidi". Così l'avvocato dei due giovani, Luga Lugari, visibilmente soddisfatto per il risultato raggiunto: "Lo snodo principale di questa situazione è stato dato da un vuoto legislativo e dalla mancata richiesta di cittadinanza al compimento della maggiore età da parte dei due fratelli. I ragazzi non sono mai stati nel paese d’origine dei genitori e ritengo che non potessero essere riconosciuti dalla stessa ambasciata poiché privi di qualsiasi documento o passaporto. Ora, procederemo alla loro regolarizzazione per quanto ci consentirà la legge italiana: non avendo ancora uno ius solis l’unica disposizione percorribile è la richiesta per lo status di apolidi. Si potrebbe però profilare, entro 30 giorni, un ricorso in Cassazione da parte del Ministero dell'Interno perché il provvedimento è locale e non definitivo: da questo punto di vista sottolineo che la Corte di giustizia europea per i diritti umani ci ha comunicato in mattinata di aver avviato un procedimento d’infrazione nei confronti dell’Italia proprio in merito a questo caso”.

ACCOGLIENZA - Ad accogliere i due ragazzi all’uscita dal Cie, i genitori, uno dei fratelli e i rappresentanti locali di LasciateCIEntrare e la rete Primo marzo: “È una sentenza storica - ha dichiarato Cècil Kyenge, portavoce nazionale del Comitato Primo Marzo - che segna una vittoria dovuta al contributo di tante persone e associazioni del terzo settore che hanno creduto nel principio di una buona cittadinanza e che principalmente sottolinea quanto la legge Bossi - Fini metta in ginocchio molti migranti creando clandestinità. Ora dobbiamo fare chiarezza a livello nazionale su quali tipologie di persone vengano rinchiuse dentro ai Cie che sono ad oggi veri carceri etniche”.

 

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