Dodici arresti dopo la sentenza del processo Aemilia. E l'indagine non si ferma

Dei 15 imputati non ancora in cella ne risultano irreperibili ancora 3. Mentre l'impknente lavoro dell'Arma e della Procura prosegue senza sosta sui nuovi filoni dell'inchiesta, per non dare tregua all'organizzazione mafiosa

Poche ore (se non minuti) dopo la sentenza ldel maxi processo Aemilia sono scattate le manettte per i 15 imputati che erano rimasti a piede libero. Tre di loro sono irreperibili, mentre 7 sono stati arrestati ieri dai Carabinieri di Modena e altri 5 dai colleghi dell'Arma di Piacenza. Si tratta dei fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, di Giuseppe Iaquinta (padre dell'ex calciatore Vincenzo) e di Antonio Crivaro e Luigi Muto, indicati dal collaboratore di giustizia Antonio Valerio come due dei nuovi reggenti della cosca emiliana dopo gli arresti di inizio 2015. 

Le porte del carcere si sono aperte anche per Alfredo Amato (il fratello Francesco non si trova), Carmine Belfiore, Antonio Muto (nato nel 1971), Fracesco Lomonaco e Eugenio Sergio, parente della moglie del sindaco di Reggio Emilia. Per Carmine Arena e Graziano Schirone, invece, sono scattati gli arresti domiciliari. 

La misura cautelare è stata emessa dal tribunale di Reggio Emilia su richiesta della Procura antimafia di Bologna, che ha ritenuto "pericolosi" i condannati ancora liberi, come per altro implicito nella condanna per affiliazione mafiosa, che renderebbe potenzialmente pericoloso ogni condannato per il semplice fatto di fare parte del sistema mafioso.

Lungi dal poter essere considerata conclusa, l'inchiesta Aemilia sta tenendo ancora impegnati in prima battuta proprio i Carabinieri di Modena, che sono stati i primi ormai diversi anni fa ad indagare sul malaffare radicato nella provincia di Reggio. Sono infatti in corso indagini e procedimenti giudiziari su varie ramificazioni del maxi processo, soprattutto per garantire che quello dato con la sentenza di mercoledì scorso possa essere un vero colpo di grazia alla cosca.

Non è un mistero che organizzazioni di questo tipo non ammettano "posti vacanti", come è stato dimostrato dal fatto che anche durante lo stesso dibattimento e la detenzione in carcere dei capi della cosca sono proseguiti i contatti e le manovre per mantenere operativa la consorteria criminale. Giò nei mesi scorsi l'Arma ha stretto il cerchio intorno a quei soggetti ritenuti le nuove guide del clan cutrese, alcuni dei quali già finiti in carcere, ma l'attività non si è fermata.

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