Evasione multimilionaria grazie ai finti crediti d'imposta, dodici arresti nel modenese

Un boss, due commercialisti, alcuni factotum e diverse "teste di legno": questa la composizione di un'organizzazione criminale cui la Procura di Modena contesta ben 124 capi d'imputazione. Stamattina gli arresti da parte della Guardia di Finanza

E' scattata questa mattina all'alba l'operazione della Guardia di Finanza di Modena che ha pertato all'arresto di 12 persone, 5 in carcere e 7 ai domiciliari, tutte residenti fra le province di Modena e Reggio Emilia. Si tratta dei soggetti finiti al centro di un'inchiesta della Procura di Modena per associazione a delinquere finalizzata alle frodi fiscali: i Pm Marco Imperato e Giuseppe Amara hanno infatti coordinato una complessa inchiesta che ha visto la formulazione di ben 124 capi di imputazione, in prevalenza per reati di natura economica e che contestualmente agli arresti disposti dal Gip del Tribunale di Modena ha portato anche al sequestro preventivo di beni mobili ed immobili del valore di oltre 26 milioni di euro.

Secondo quanto ricostruito dai finanzieri - con la collaborazione dell’Ufficio Antifrode della Direzione Regionale delle Entrate di Bologna - già a aprtire dal 2015 si era costituito un gruppo facente capo da un cittadino modenese, F.S. di 48 anni, il quale si avvaleva della collaborazione di due commercialisti (F.S. di 71 anni e M.M. di 65) e di diversi prestanome per muovere un meccanismo di evasione fiscale basato su un meccanismo semplice ma allo strsso tempo efficace. Tutto ruotava, come sempre più spesso accade, intorno all'emissione di crediti di imposta fittizi da diverse società altrettanto fasulle, create solo sulla carta per poter servire allo scopo.

Queste somme fasulle erano il "carburante" che alimentava due distinti mezzi di compensazione dei debiti reali verso l'Erario che le società benficiarie della frode avevano maturato. In un primo momento, con riferimento agli anni 2015 e 2016, il debito delle imprese coinvolte veniva "bilanciato" da questi crediti d'imposta, come consentito dalla legge. Singolare il modo con cui questo bilanciamento avveniva. Per evitare i controlli da parte dell'Agenzia delle Entrate l'organizzazione evitava di utilizzare l'apposita piattaforma informatica ufficiale Entratel, che avrebbe fatto scattare i controlli automatici sulla veridicità di quanto dichiarato. I professionisti coinvolti utilizzavano invece l'home banking personale, attravero il quale pagavano modelli F24 sempre inferiori ai 5.000 euro di importo e con saldo pari 0,01 €, evitando - o quantomeno posticipando - le verifiche da parte dello Stato, che di prassi sono invece automatiche in caso di saldo zero e di cifre superiori ai 5.000 euro.

In seconda battuta l'organizzazione sfruttava il cosiddetto "accollo", una possibilità per altro spesso criticata che lo Stato fornisce a chi è gravato da un debito di imposta e che prevede che un altro soggetto che vanta un credito possa sobbarcarsi il debito, in una sorta di compravendita che prevede anche un corrispettivo proporzionale all'importo compensato. Se nel primo caso ad attirare l'attenzione degli inquirenti era stata l'insolita mole di operazioni a saldo 0,01, in questa seconda casistica l'intuit investigativo è stato smosso dal costante avvicendamento, in funzione di accollante, delle stesse società i cui rappresentanti riconducevano, in qualche modo, allo studio professionale da cui venivano trasmessi i modelli di pagamento.

Grazie ad un'imponente lavoro investigativo, le Fiamme Gialle hanno quindi ricostruito i nomi delle società - oltre 150 - e dei professionisti coinvolti, scoprendo un enorme giro d'affari sul territorio modenese ch è stato poi possibile ricondurre ad un'unica “cabina di regia"; ovvero il 48enne che è stato considerato la mente di tutta l'operazione. I Finanzieri hanno potuto ricostruire le reti relazionali degli appartenenti al gruppo criminale, accertando l'influenza di F.S. su alcuni dei sodali che, per compiacere quello che definivano "il boss", si prestavano al disbrigo di incombenze e commissioni di qualsiasi natura, arrivando anche ad occuparsi, a comando, delle necessità quotidiane dei diversi familiari del "capo".

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I sequestri operati a partire da questa mattina hanno riguardato non solo società e conti correnti, ma anche beni di lusso, un ristorante e una pasticcieri, tutti frutto del presunto riciclaggio del denaro evaso all'Erario. Se la cifra attualmente sequestrata è pari a 26 milioni - equivalente alle compensazioni tributarie degli anni 2017 e 2018 - le evidenze investigative fanno presumere che nel prosieguo dell'indagine si possa arrivare fino a toccare i 70 milioni.

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