Costretta a prostituirsi in via Emilia per ripagare il viaggio dalla Nigeria, tre arresti

La Polizia di Bologna ha fatto luce su un nuovo caso di sfruttamento, portando all'arresto di una famiglia nigeriana residente a Castelfranco Emilia. La vittima minorenne ha trovato la forza di rivolgersi ad una onlus

Sfruttavano delle ragazze loro connazionali, facendole arrivare illegalmente in Italia con la promessa di farle lavorare come collaboratrici domestiche per poi obbligarle a prostituirsi per ripagarsi il viaggio. Una di loro, grazie anche all'aiuto di una onlus, si è però ribellata e ha denunciato i suoi aguzzini, tre dei quali ieri sono finiti in carcere per i reati, tutti "aggravati e continuati in concorso", di "prostituzione minorile, reclutamento, induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina".

Le tre persone, il cui arresto è stato disposto del gip di Bologna Letizio Magliaro su richiesta del pm della Dda Stefano Orsi, che ha coordinato le indagini della Squadra mobile, sono due sorelle di 23 e 35 anni, Mabel Ohionmwonbor e Mary Odia, e un uomo di 38 anni, Frank Agbai, tutti nigeriani. Una quarta persona, l'ex fidanzato di Mabel, è indagata a piede libero dato il suo ruolo marginale all'interno dell'organizzazione.

Le indagini sono scattate grazie alla denuncia di una delle loro vittime, oggi 20enne ma ancora minorenne al momento del suo arrivo in Italia, ai primi di settembre del 2015. Ai poliziotti la ragazza ha spiegato, nelle denunce presentate tra fine maggio e giugno del 2017, che nel luglio del 2015 Agbai si era presentato dalla sua famiglia in Nigeria, proponendo alla madre di mandarla in Italia, dove avrebbe lavorato come collaboratrice domestica per una famiglia nigeriana, pagando 35.000 euro. Non avendo idea dell'entità della somma, e dal momento che la famiglia era in cattive condizioni economiche, la madre ha accettato, e la giovane è partita assieme all'uomo per la Libia, dove è arrivata dopo un viaggio di 10 giorni.

Una volta in Libia, la ragazza ha trascorso tre settimane in una 'connection house', un capannone in cui erano ammassate, in condizioni igieniche pessime, tante persone che aspettavano di imbarcarsi divise in tre gruppi: chi aveva già pagato il viaggio, chi ancora doveva pagare e chi aveva i soldi con sè. Da lì la giovane ha raggiunto in gommone la Sicilia dove, fingendosi maggiorenne e dopo aver lasciato il centro di accoglienza in cui era stata portata, è partita, grazie all'aiuto di un connazionale conosciuto sul momento, in pullman per Napoli, dove un collaboratore di Mabel l'ha messa su un treno per Bologna. Una volta arrivata in Emilia, la ragazza è stata portata nella casa di Mary a Castelfranco Emilia, dove vivevano anche il fidanzato di Mabel e dei bambini, probabilmente i loro figli.

Inizialmente, vedendo i bambini, la 17enne si era illusa che avrebbe davvero lavorato come collaboratrice domestica, ma si è insospettita quando ha visto che in quella casa vivevano altre due ragazze, che si stavano preparando per uscire indossando abiti molto succinti. Poco dopo, infatti, Mabel le ha confermato che avrebbe dovuto prostituirsi per ripagarsi il viaggio, e l'8 settembre 2015 la ragazza è stata portata a Lavino, in provincia di Bologna, dove il primo giorno, racconta, ha incassato 190 euro dalle 9.30 alle 18. In poco più di un anno, stando al racconto della giovane, confermato dalle cifre annotate su due diversi quaderni da lei e dalle due sorelle arrestate, queste ultime (prima Mabel e poi Mary, che l'ha sostituita dopo la sua partenza per l'Austria) le avrebbero preso circa 29.000 euro.

Dopo qualche mese la ragazza era andata a vivere a Carpi, in casa del fidanzato di Mabel, per poi tornare a Castelfranco in casa di una coppia con figli (non coinvolta nell'inchiesta) e per un po' ha continuato a prostituirsi assieme alle altre due giovani connazionali. Quando però i suoi sfruttatori hanno cercato di imporle di lavorare anche di notte, lei si è ribellata e alla fine, nonostante le minacce di ritorsioni nei confronti della sua famiglia in Nigeria, ha smesso di prostituirsi e si è rivolta alla onlus 'L'albero di Cirene', andando poi a raccontare la sua storia alla Polizia.

A quel punto sono partite le indagini, che grazie alla precisione del racconto della ragazza e alle conferme arrivate anche grazie alle intercettazioni telefoniche hanno permesso di far finire in carcere tre dei quattro indagati. Le due sorelle si trovano ora nel carcere di Modena, mentre Agbai e' stato preso in Calabria ed è ora rinchiuso nel carcere di Castrovillari, in provincia di Cosenza. La ragazza, che agli investigatori ha detto di voler restare a vivere e a lavorare in Italia, si trova invece in una struttura protetta.

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(fonte DIRE)

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