Curiosità Modenesi | Le 4 leggende attorno al Monte Cimone

Un viaggio tra le leggende popolari che sono raccontate da secoli attorno al Monte Cimone

foto di www.ariasottile.org

Il Monte Cimone non è solo un luogo di escursioni e dal magnifico panorama, ma il territorio che lo circonda è ricco di leggende e creature magiche, le cui storie sono tramandate da secoli.

LA LEGGENDA DEL LAGO DELLA NINFA (SESTOLA). Il lago della Ninfa è uno dei posti più magici dei nostri Appennini e lì che è stata ambientata una delle leggende montanare più note. La storia narra che anni e anni fa viveva nelle acque del lago una bellissima ninfa dai freddi occhi verdi. Cacciatori, pastori e carbonari l'amavano per la sua bellissima voce, con cui ogni giorno cantava alle montagne. Si divertiva a far innamorare quegli uomini, li lusingava con sguardi languidi e pieni di promesse, gettava verso di loro un ponte di cristallo e li invitava a raggiungerla. Quando loro pensavano di essere ormai vicini per abbracciarla, lei spezzava il ponte e loro morivano annegati. La leggenda è ambientata in un'altra leggenda, infatti questa storia sarebbe nata poiché il re dei Gorghi si innamorò di una pastorella, ma quell'amore non era ricambiato. Così il re impedì che lei potesse provare amore per altri. Un giorno si presentò un bel cacciatore e fu colpito dalla bellezza della ragazza, ma il re fece mettere in giro la voce che si trattasse di una Ninfa maligna. Lui però non li ascoltò e volle raggiungere la ragazza, e anche lei si perse nello sguardo del cacciatore innamorata. Conscia del suo destino ricreò il ponte e i due tentarono di raggiungersi, ma poco prima di riuscire ad abbracciarsi, il ponte si ruppe su maledizione del re, ed entrambi precipitarono nel lago dove affogarono. Dalla leggenda sono nate delle testimonianze, più o meno attendibili, di chi dice di sentire in nottate serene il lamento della ninfa che cerca il suo cacciatore sulla riva. Altri invece sostengono che le due nuvolette che salgono dalle acque del lago e che si cercano, sono gli spiriti dei due innamorati. 

I BAGNI DI BRANDOLA, L'ACQUA DEI MIRACOLI. I Bagni di Brandola sono un antico luogo situato nella vallata del Rossena, ossia un'antica fonte di acqua sulfurea, nota già ad etruschi e romani. Un luogo mistico e anticamente noto come fonte di acqua per riti e credenze pagane. La notorietà dell'acqua di Brandola è tuttavia legata agli eventi del 1448, ossia quando la zona fu colpita dai una  pesante epidemia che colpì i bovini. Gli abitanti del luogo si accorsero presto che gli animali che si abbeveravano con l'acqua della sorgente guarivano. La voce che a Polinago vi fosse la fonte di un'acqua miracolosa si sparse molto velocemente. Ben presto si formarono code e pellegrinaggi a questa fonte apparentemente miracolosa. L'acqua fu successivamente analizzata dal medico Michele Savonarola che parlò nel suo trattato "De Balneis et Termis", anche se il suo primo utilizzo curativo medico fu adoperato da Bartolomeo Accursini, che la usò per far guarire per l'appunto alcuni suoi pazienti. Oggi la fonte miracolosa è ancora accessibile e chissà che i suoi benefici non siano riscontrabili anche agli escursionisti degli Appennini?

LA LEGGENDA DEL BUCAMANTE (SERRAMAZZONI). E' una delle leggende dell'Appennino più note e più intriganti. L'ambientazione riguarda le cascate del Bucamante, che devono il loro nome alla tragisca storia del pastore Titiro e della nobile dama Odina. Lei era bellisima, giovane, bionda ed era solita fare lunghe passeggiate per i boschi in compagnia della sua domestica, e fu in una di queste camminate che incontrò il giovane pastore Titiro, anch'egli bellissimo. I due si innamorarono, per poi incontrarsi in segreto, ma un giorno la domestica invidiosa disse tutto ai genitori di Odina, che fecero rinchiudere la figlia nel castello. Odina però riuscì a scappare e raggiunse Titiro, ma non passò molto tempo che udirono le voci dei domestici in lontananza, così, capendo che il loro amore sarebbe finito, si gettarono dalle cascate del Bucamante, in un tenero abbraccio che li avrebbe uniti per l'eternità.

LA LEGGENDA DEL PASSO DEL LUPO. La leggenda è ambientata oltre il Passo del Lupo, dove oggi vi è una delle moderne sciovie, abitava un tempo una bella pastora. Ogni giorno all'alba la ragazza faceva uscire il suo gregge dal recinto e si dirigeva verso i pascoli. Insieme a lei c'era sempre il suo grosso cane che l'aiutava a mantenere le pecore in branco. Un giorno, mentre era distesa all'ombra di un grosso faggio, mentre doveva fare da guardia alle pecore si addormentò. Percorreva quella strada il genio dei boschi, che vista la ragazza rimase a lungo a comtemplare la sua bellezza, fino a che non resistette e l'accarezzà. La fanciulla si svegliò tubrata e avvertì una rpesenza strana vicino a lei, ma non vide nessuno poiché il genio dei boschi poteva rendersi invisibile. Accertatasi che le pecore non si fossero allontanate molto si tranquilizzò e tornò al  suo lavoro. Il genio da quel giorno si presentò quotidianamente vicino all'albero per ammirare la bellezza della fanciulla ma senza mai mostrarsi.  Un giorno però prese coraggio e decise di mostrarsi. La fanciulla rimase abbagliata dalla forza e dalla potenza del signore dei boschi, era sì imapurita, ma anche affascinata. Il genio comprese immediatamente il suo stato d'animo e per questo decise di dichiarare il suo amore, e lei cedette alle sue lusinghe. Presto però il suo fervore amoroso si scontrò con una dura realtà: "Agli esseri soprannaturali non è concesso di amare le persone comune". La fanciulla fu colta da un'immensa infelicità, ma ormai non poteva più tornare indietro, lei si sentiva destinata a lui, seppur il destino non lo concedesse.  Un giorno di primo autunno, la fanciulla decise di compiere un atto estremo e lo abbracciò sotto il noto faggio. Un fulmine a ciel sereno colpì l'albero e il corpo della ragazza si fuse col tronco della pianta e le sue sembianze di fanciulla rimasero nella forma del tronco. Il genio distrutto dal dolore tornò nel regno dei suoi simili. E' solo una leggenda? Fino a pcohi anni fa si poteva vedere questa pianta che conservava evidenti forme di ragazza, da qui nacque il nomignolo "Bella Donna". 

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