"Abbandonate dopo la denuncia", anche 'codice rosso' richiede troppo coraggio

La terribile vicenda di una quarantenne modenese, più volte picchiata dal suo ex compagno, mette in luce alcuni limiti della nuova normativa a tutela delle vittime di violenza, dove a pesare è la mancanza di informazioni

Venerdì 8 maggio è una giornata che A.F. (iniziali di fantasia) non dimenticherà mai. La quarantenne modenese, madre separata di un adolescente, è stata vittima di quelli che lei stessa definisce "40 minuti di orrore", picchiata e persino presa a morsi dal suo ormai ex compagno a bordo della propria auto. Una violenza che fortunatamente è terminata prima che potesse trasformarsi in qualcosa ancora più drammatico, con la donna che ha trovato rifugio a casa di un'amica, dove è poi stata raggiunta dal 118 e dai Carabinieri.

Una lunga serata al Pronto Soccorso e poi le dimissioni in piena notte, con una prognosi non troppo grave. "E' andata bene, il tuo fisico da atleta ti ha salvata", avrebbero commentato i medici.

L'uomo, già noto alle forze dell'ordine e con un passato legato alla tossicodipendenza, era già stato oggetto di un esposto di A.F nel mese di gennaio, presentato al Commissariato di Polizia di Carpi dopo che la donna era stata medicata per un'altra aggressione, non la prima subita. Gelosia e non accettazione della decisione di troncare il rapporto, una indole violenta e molto alcol a peggiorare le cose: un copione visto e raccontato già troppe volte. A gennaio non erano stati presi provvedimenti, ma questa volta la procedura si è concretizzata.

A.F. ha raccontato tutto ai militari che l'hanno seguita – anche se nessuna forza dell'ordine era riuscita ad intervenire durante il pestaggio, nonostante la segnalazione di un cittadino che aveva assistito alla lite a bordo dell'auto – e su consiglio degli stessi Carabinieri, come vuole la nuova prassi, ha sporto immediatamente denuncia. E' scattato così il "codice rosso".

Sulla base di quanto comunicato dai Carabinieri, il Pm ha chiesto e ottenuto l'emissione della misura del divieto di avvicinamento: l'uomo non potrà stare a meno di 200 metri dalla vittima, frequentare gli stessi luoghi nè cercare di comunicare con lei in alcun modo. Un provvedimento emesso il 15 maggio, una settimana dopo i fatti, e notificato al diretto interessato tre giorni dopo.

Tutto corretto, nei termini di legge: uno strumento importante, entrato in vigore da meno di un anno, per fornire più garanzie alle vittime ed intervenire con maggiore prontezza nei confronti dei violenti. Ma è proprio così? Per A.F la risposta è "no". Ancora sotto shock per il pestaggio, la quarantenne modenese ha vissuto le due settimane successive con estrema angoscia. Abbandono. Questa la sensazione più frustrante con cui sta facendo i conti.

"Essere abbandonata e non essere informata è la cosa che fa più arrabbiare", spiega A.F., a cui il coraggio non manca. "Nella settimana successiva non sono stata informata di nulla, anche se in quei giorni poteva succedere di tutto. Non sono stata sentita dal magistrato, nè contattata dalle forze dell'ordine. Mi sono trovata in balia di me stessa senza alcuna tutela e da più parti mi sono semplicemente sentita dire "devi modificare il tuo stile di vita", per evitare il peggio". 

La donna si sarebbe aspettata una misura più restrittiva nei confronti dell'ex compagno, visti anche i suoi precedenti. Ma questo non è avvenuto e il coraggio della denuncia si è preso tramutato nella paura per la propria incolumità. L'unica soluzione percorribile, prospettata dalle forze dell'ordine, sarebbe stato l'accesso ad una casa protetta, ma A.F è una libera professionista ed ha un figlio da mantenere, così che la sua vita non può essere seomplicemente "confinata".

Questo vuoto è stato in parte colmato dall'intervento del Centro Armonico Terapeutico (CAT) di Campogalliano, cui A.F si è rivolta su consiglio di una conoscente, per altro già vittima di violenze da parte dello stesso uomo. Ora sono Le Fenici, un gruppo di auto mutuo aiuto di donne vittime di violenza all'interno del CAT, a fornire l'unico sostegno: su una chat di Whatsapp A.F. Comunica alle altre donne tutti i suoi spostamenti, in modo da essere rintracciabile in ogni momento nel caso dovesse trovarsi di fronte all'ex compagno determinato ad ignorare il provvedimento del giudice. 

"Cerchiamo con le nostre sole forze di colmare questi vuoti sistemici – spiegano Le Fenici - Il clima della chat whatsapp è passato in una settimana dall'entusiasmo della denuncia alla rabbia e all'impotenza di oggi. Quasi nessuna donna ha il coraggio di denunciare, la paura impedisce il passo decisivo, soprattutto quando di mezzo ci sono dei figli. E chi, vista la situazione attuale, potrebbe darle torto? Nella chat ci sono foto impressionanti delle violenze subite dalle donne che non possono essere pubblicate, ci sono nomi e cognomi che non possono essere fatti, anche quando potrebbero salvare future vittime, ci sono le norme della privacy e c'è la legge ma, di fronte al nulla di fatto e al senso di abbandono delle istituzioni, corredato dalla serenità ampiamente manifestata anche sui social dall'aggressore che, per quello che ne sa, potrebbe aver lasciato la vittima agonizzante o peggio, è la voglia di farsi giustizia da sole che prende il sopravvento". 

Quello che A.F e le altre fenici vogliono sottolineare dunque, è la criticità legata al momento immediatamente successivo alla denuncia. Un tema complesso, che deve fare i conti con le garanzie dello stato di diritto e con le legittime paure delle vittime. Ma il sentimento condiviso dalle dirette interessate è seriamente preoccupante. "Ci sentiamo lasciate sole. Con quale cuore possiamo dire alle donne 'denuncia!' se poi in quel momento restano senza protezione?". Una domanda alla quale servono risposte nuove.

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