Cronaca

Strage in carcere, da un detenuto accuse di pestaggi violenti dopo la rivolta

Nonostante l’intervenuta archiviazione dell’inchiesta relativa ai decessi, continuano gli esposti dei detenuti testimoni della rivolta e delle sue conseguenze. L’ultimo è indirizzato al Ministro della Giustizia Marta Cartabia

Sei pagine dense, concitate, a tratti – se corrisponenti alla realtà – scioccanti. Raccontano con dovizia di particolari i fatti vissuti tra l’8 e il 9 marzo 2020 dagli occhi di chi stava dietro le sbarre, in un teatro che si divide tra Modena e Ascoli Piceno, e contengono una richiesta: “lasciate che vi aiuti”. È fatto di questo, e molto altro, l’esposto che un detenuto rinnova al Ministro Marta Cartabia, in un momento più che caldo per la Giustizia, reduce dai fatti di Santa Maria Capua Vetere e in attesa più che mai di essere riformata.

Non a caso è qui usato il verbo ‘rinnovare’, e, prima di spiegare il motivo, una premessa è doverosa: in seguito alla rivolta scoppiata al Sant’Anna, che era stato - dalle conseguenze della stessa - reso inagibile, molti detenuti furono trasferiti in altre carceri italiane, tra cui quella di Ascoli Piceno. È proprio in questo istituto penitenziario che avverrà, in seguito al trasferimento, la morte di Salvatore Sasà Piscitelli, l’unico decesso non ricondotto ad una morte per overdose e per il quale ancora si indaga.

Ciò precisato, è doveroso specificare che il detenuto che ha sottoscritto l’esposto di cui si parla, già nel novembre scorso era stato firmatario da Ascoli (insieme ad altri quattro suoi compagni) di una denuncia per i medesimi fatti, in seguito alla quale era stato ritrasferito a Modena. Ciò ha due risvolti, che propendono, per così dire, ora per l’una e ora per l’altra parte in causa. In primis, è fondamentale ricordare che tra il primo e il secondo esposto c’è stato un processo: sono state svolte approfondite indagini giudiziarie e scientifiche, dalle quali è emerso che nessuna delle otto morti per le quali si indagava fosse riconducibile ad episodi diversi dall’overdose di metadone; e il fascicolo è stato archiviato. Altrettanto importante però, è ricordare che l’inchiesta relativa alla morte del Piscitelli, della quale diffusamente si parla nell’ultimo esposto, è ancora aperta; e che da non poche parti si è osservato come il trasferimento nel carcere oggetto di denuncia apparisse quantomeno poco casuale. Inoltre, sembrerebbe che a Modena negli ultimi mesi sia stato aperta un’indagine a carico di ignoti per tortura e lesioni aggravate, che si sarebbero consumate in quella tristemente nota giornata. Potrebbe, quanto scritto nell’esposto, avvalorare questa tesi in qualche misura?

“Eravamo stati ammanettati e privati delle scarpe, nonostante non avessimo opposto resistenza […]. Molti detenuti sono stati colpiti al volto con manganellate usando i tondini in ferro pieno […] e nel giro di pochi minuti sono morti” afferma l’uomo, chiedendosi se – qualora ci fossero stati i soccorsi necessari, a sua detta assenti, - i detenuti sarebbero comunque deceduti. Si ricordi che su queste morti le indagini sono già state effettuate, i decessi sono stati attribuiti ad overdose di metadone e nessuna condanna ha macchiato il lavoro svolto in una situazione estremamente complicata ed emergenziale la Polizia Giudiziaria di Modena. Se il nuovo filone investigativo troverà riscontri nella realtà, ad oggi non è ancora dato saperlo.

Le novità più rilevanti però, emergono dalla descrizione degli attimi precedenti e successivi alla morte di Salvatore Piscitelli (per la quale è competente la Procura marchigiana), della quale chi ha scritto l’esposto afferma di essere stato testimone. Nell’esposto si legge che “il detenuto Piscitelli arrivò all’istituto di Ascoli in pessime condizioni, tanto da non riuscire a camminare”: un’eventuale responsabilità della Polizia giudiziaria modenese, potrebbe ravvisarsi qualora si accertasse che lo stato in cui versava il detenuto non fosse idoneo al trasferimento. Una volta ad Ascoli poi, sarebbe stato lasciato morire in cella tra "versi di dolore".

Sono tante le domande che si pone chi firma il documento: “Come mai non vi sono i filmati e i video della sorveglianza di Modena?”, “Come mai a nessuno degli agenti sono stati controllati i cellulari e la messaggistica visto che filmavano dai muri, la sala regia di Modena e anche esterna?” “Come mai dopo aver denunciato Modena da Ascoli siamo stati trasferiti proprio a Modena?”. A stabilire se una risposta sia necessaria o sia già stata data, saranno gli inquirenti e – forse – il Ministro a cui l’esposto era indirizzato.

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