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Martedì, 7 Dicembre 2021
Cronaca

Bloccati da due mesi in Colombia per le adozioni, due famiglie modenesi senza certezze sul rientro

Le famiglie Morlini e Cuocci sono costrette ad una permanenza forzata in Sud America con i loro bambini, vivendo tra le mura di una stanza d'albergo in attesa che un volo umanitario (di cui attualmente non c'è traccia) li riporti a casa

La storia di Elisa, Davide, Ludovica e Giovanni inizia un mercoledì di tante, troppe settimane fa. Era il 4 marzo quando le due famiglie modenesi sono partite per la Colombia sotto l'egida dell'associazione SPAI per incontrare finalmente i loro bambini, insieme ad altre famiglie italiane. I tempi burocratici per completare un'adozione in Colombia sono di circa 30 giorni: entrambe le famiglie infatti, sarebbero dovute tornare in patria con un volo programmato per il 10 aprile. 

Ma tra il dire e il fare, c'è stata di mezzo una pandemia. Era l'11 marzo quando L'OMS ha dichiarato che il virus aveva invaso tutto il mondo: un mondo che, di lì a poco, si è fermato. In Italia come in Colombia tutti gli uffici hanno chiuso, compresi quelli per le adozioni; e quelle che erano consuete lungaggini burocratiche si sono trasformate in interminabili settimane di attesa. Mamma Ludovica ci racconta dalla Colombia come anche gli incontri con i bambini, già da tempo programmati, siano slittati di settimane a causa dell'emergenza Covid-19, accumulando un intero mese di ritardi. Finalmente però, da ieri, tutti i documenti sono pronti: è giunta l'ora di tornare a casa.

Entrambe le coppie di genitori, a questo proposito, hanno provveduto a contattare la Farnesina, la Commissione Adozioni Internazionali (CAI) e il dipartimento ministeriale per le politiche della famiglia, che però oltre a confermare di essere informati della situazione, non sembrano avere le idee chiare su come e quando riportarli a casa. Sul sito della CAI, con ultima comunicazione risalente al 5 maggio, si legge che le coppie adottive italiane presenti in Colombia ad inizio pandemia erano 9, e ora sono 7. Vi è scritto inoltre, che il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale sta facendo tutto il possibile per riportare a casa le famiglie. Ma è davvero così? Come sono tornate in patria le due famiglie che mancano all'appello?

Sul fatto che un volo sia stato organizzato, non vi è ombra di dubbio. Le famiglie tutt'ora in Colombia però, ci raccontano che le coppie italiane rimpatriate la scorsa settimana hanno dovuto comprare i biglietti aerei a prezzi esorbitanti: stiamo parlando di migliaia di euro a persona. Ed infatti, sul sito della Farnesina viene riportato che "si tratta di collegamenti operati da compagnie commerciali, sui prezzi dei quali la Farnesina non ha diretta competenza". Ed è qui che diventa lecito chiedersi se davvero "ai piani alti" si stia facendo tutto il possibile.

Il meccanismo europeo di Protezione Civile infatti, ha recentemente dato la possibilità agli stati di accedere ad un co-finanziamento capace di coprire il 75% dei costi di trasporto: a fronte di una Germania che di voli ne ha organizzati ben 147, l'Italia ha richiesto di accedere a tale fondo una volta soltanto, per rimpatriare - nel febbraio scorso - le 19 persone che si trovavano a bordo della tristemente nota Diamond Princess. E' bene ricordare, che le famiglie di cui qui si parla non sono andate dall'altro capo del pianeta per una banale vacanza, bensì per costruire una famiglia. Per non parlare del fatto che ormai, da oltre due mesi, queste persone sono confinate tra le mura di una stanza d'albergo non di certo concessa loro gratuitamente.

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"All'ambasciata sono molto gentili ed efficienti. Ci telefonano ogni giorno per chiederci come stiamo, ci avvisano quando vengono organizzati nuovi voli. Per ora dall'Italia non ci sono certezze riguardo a quando e come avremo l'opportunità di tornare a casa, e abbiamo paura che quando finalmente ci sarà un volo per noi non ce lo potremo permettere. Non chiediamo che venga organizzato un volo gratuito, chiediamo soltanto che venga organizzato un volo umanitario accedendo ai fondi dell'Unione Europea. Ogni giorno passato qui ci sembra un'eternità". Ed è proprio questo l'appello lanciato dalle famiglie modenesi: che venga organizzato un volo umanitario, non commerciale, non proibitivo.

Per queste famiglie tornare a casa non è un capriccio. Come ci spiega Ludovica, che di mestiere è psicoterapeuta infantile, costruire l'inizio di una vita insieme in una stanza d'albergo, oltre che essere difficile e frustrante, è disorientante per un bambino appena arrivato in famiglia. Rimanere in Colombia a lungo, potrebbe seriamente compromettere la serenità familiare che un percorso di questo tipo necessita: "siamo stremati, nervosi, in ansia, e tutto questo viene assorbito dai nostri figli, che avrebbero dovuto vederci felici e invece hanno conosciuto subito la parte peggiore di noi" racconta la mamma Elisa.

Elisa, Davide, Ludovica, Giovanni e i loro figli si chiedono quanto dovranno aspettare per poter tornare a casa. Crediamo che una risposta se la meritino.

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