Inquisizione, i 4 luoghi modenesi dalle inconfessabili eresie

L'Inquisizione ha trovato terra fertile a Modena, lasciando migliaia di documenti che raccontano di roghi, torture e patti con il Diavolo. Ecco i quattro luoghi modenesi più interessati dall'epoca dell'inquisizione

Dopo i misteri del duomo di Modena, che hanno avuto successo anche in tv, il viaggio tra i #misterimodenesi ci porta all'età dell'Inquisizione. Tra il Trecento e il Seicento l'Italia si colora di rosso, dal sangue delle oltre 50.000 vittime dell'Inquisizione. L'arrivo dell'inquisizione è dato dall'aumento del potere dei Domenicani, convinti che bisognasse usare metodi estremi e violenti per indottrinare i fedeli ed incutere paura.

Modena e Bologna furono terra fertile di persecuzioni, ma grazie ai governanti illuminati queste non riportarono più di un migliaio di morti. Sembra un eufemismo, ma nelle città sotto il controllo diretto della Chiesa le esecuzioni avvenivano quotidianamente. L'inquisizione modenese venne istituita a Modena da papa Gregorio IX nel 1238 e nel 1327 il Comune di Modena certifica la sua aderenza al programma inquisitorio inserendo nel VI libro una sezione dedicata al tema. Ecco i 4 luoghi modenesi più importanti nella persecuzione degli eretici:

#1 LA SEDE DELL'INQUISIZIONE, TRA SAN DOMENICO E IL VENTURI

A guidare l'Inquisizione in Italia furono i Domenicani e così anche Modena aveva la sede del tribunale dell'Inquisizione nella chiesa di San Domenico in Piazza Roma. Qui venivano interrogati, processati e molto spesso condannati gli eretici. In realtà l'attuale chiesa non è quella dell'epoca, infatti essendo troppo vicina al Palazzo Ducale venne rasa al suolo e ricostruita nel 1707 su un progetto di Giuseppe Antonio Torri. Infatti, la pianta della chiesa si situava tra l'attuale parrocchia di San Domenico e l'Accademia Venturi, con l'abside orientato verso il Castello. Un luogo carico di misteri e di una parte della storia locale che forse vorremmo dimenticare.

#2 PIAZZA ROMA, IL LUOGO DELLE ESECUZIONI

Il primo obiettivo dell'Inquisizione era quello di impressionare gli abitanti ed impedire che agissero contro la Chiesa. Era una forma di indottrinamento feroce che portava i cittadini in Piazza Roma a vedere, come fosse uno spettacolo, le esecuzioni capitali. Le esecuzioni potevano avvenire per impiccagione, sul rogo, con il taglio della testa o attraverso una lunga e angosciosa tortura. Tutt'oggi l'Archivio di Modena conserva alcuni di questi oggetti, tra cui un coltello a serramanico e i chiodi, entrambi utilizzati per ferire e strappare parti del corpo, molto spesso le unghie o le dita. L'ultima esecuzione fu un'impiccagione a metà del 1700, infatti il 6 Settembre 1785 il duca Ercole III soppresse il Sant'Uffizio modenese.

#3 CREVALCORE, IL PAESE DEI 112 ERETICI

Seppur oggi Crevalcore sia parte della provincia Bologna, durante il periodo dell'Inquisizione a Modena era parte integrante della Diocesi di Nonantola, perciò sottoposta al volere dell'Inquisizione modenese. Questo paese, che oggi conta circa 13 mila abitanti, un tempo era un piccolo villaggio di agricoltori che passò alle cronache locali per l'alto tasso di eretici. Secondo i documenti dell'Archivio Storico di Modena, ben 112 persone vennero inquisite di stregoneria, precisamente 49 nel Seicento e 63 nel Settecento.  Un numero elevatissimo se consideriamo che all'epoca nel paese non ci sarà stato più di un decimo degli abitanti di oggi. Due sono i reati maggiormente perseguiti a Crevalcore: quello per bestemmie ereticali e quello per magia, stregoneria e superstizione, ma non  mancano certo i ricercatori di tesori e chiunque fosse in odore di intralciare il compito del Sant'Uffizio.

#4 IL PRIGIONIERO DI SPILAMBERTO E LE SCRITTE DI SANGUE

Nel 1500 con la crescente influenza dell'Inquisizione, il concetto di giustizia diventò soggettivo. Ne è un esempio l'inquietante carcerazione di Messer Filippo chiamato il Diavolino, che venne rinchiuso nella prigione del Castello di Spilamberto. Un ambiente di 150 metri quadri dove il prigioniero soffriva freddo, reclusione e fame. Quei tre mesi di reclusione bastarono al condannato per impazzire e sfogarsi in scritte sui muri fatte di sangue e sostanze proteiche, probabilmente reperite dal cibo servito. Nelle inquietanti scritte, ritrovate solo nel 1947, Filippo racconta di essere stato ingannato da una donna che lo ha portata al carcere. Stando a queste testimonianze era innocente e gli accordi presunti con il maligno erano solo una scusa. 

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