Don Mattia Ferrari e Mediterranea: una missione in mare e in terra

Don Mattia Ferrari, viceparroco della Parrocchia di Nonantola, parla della sua avventura sulla Mare Jonio senza riserve. L'esperienza in mare appena conclusa lascia spazio alla "missione in terra"

7 Giugno 2019, Nonantola. Don Mattia Ferrari siede al tavolino del bar della Parrocchia della pieve di Nonantola, la posa composta e gli occhi che brillano. La voce è decisa, il giovane animatore è diventato un uomo: un uomo che è parroco da un anno e volontario della Mediterranea Rescue da qualche mese.

Perché Don Mattia è stato il cappellano di bordo della Mare Jonio, la nave della Mediterranea Rescue ora ferma al porto di Licata (AG) sotto sequestro probatorio dal 12 maggio scorso, bloccata da due direttive del Ministro dell’Interno giunte dopo la violazione degli ordini del Viminale.

È necessario aprire una piccola parentesi su Mediterranea Rescue, quella associazione che spesso viene fatta rientrare –erroneamente- nella categoria dai contorni non ben definiti delle ONG. Erroneamente perchè, spulciando gli elenchi ministeriali, non risulta agli atti nessuna Organizzazione Non Governativa con questo nome. Quindi cos’è? Navigando sul suo sito web in cerca di una risposta, ecco la definizione: “piattaforma di realtà della società civile”. Questa vaga etichetta non sembra soddisfacente, ma l’interrogativo scompare nelle parole del sacerdote: “Mediterranea non è un’ONG. Ciò che la distingue da questo tipo di organizzazioni è proprio la sua duplice missione, in terra e in mare”.

È chiaro cosa si intenda per “missione in mare”, ma dall’espressione “missione in terra” parte un guizzo di curiosità. “Questa avventura sembrava un sogno irrealizzabile, perché i ‘vecchi lottatori’ che la hanno avviata sono persone normali. Operatori sociali, insegnanti, persone appartenenti ai mondi più diversi che hanno deciso di fare una scommessa sul popolo. Non si avevano i soldi per fare una missione così grande, quindi ci si è affidati ai cittadini, da parte dei quali è fondamentale anche avere sostegno umano, sociale e politico. La missione in terra consiste nel costruire nelle città fraternità e giustizia facendo conoscere Mediterranea e i suoi ideali”.

È finalmente svelato l’arcano su Mediterranea: si tratta di una realtà “scomoda”, che non accetta di rientrare nei confini che le vengono imposti perché il suo ruolo è quello di abbatterli, i confini. È la risposta degli uomini che si sono chiesti –come racconta Don Mattia- “Quando tra venti, trent’anni i nostri figli ci chiederanno ‘Dove eravate voi davanti a questo scenario, davanti a questa tragedia’ cosa diremo loro?”.

Missione in terra, sono queste le parole che fanno uscire dall’ipnosi: Mediterranea, così definita, va oltre il concetto della nave-salva-migranti. L’essere umano cerca la determinatezza e i media gliela offrono sul piatto d’argento della categoria: ma la minimizzazione è dietro l’angolo. Don Mattia non è il cappellano della Mare Jonio che fa anche il sacerdote a Nonantola, Don Mattia è il Viceparroco de La Pieve di Nonantola che ha seguito il Vangelo e facendosi “pescatore di uomini” ha portato il suo contributo in una situazione di bisogno pari a tutte le altre.

La missione di aiuto del prossimo di Don Mattia è iniziata molto prima delle due settimane passate nelle acque del sud, che sono la punta di un iceberg fatto di volontariato, servizio ai poveri, ascolto di chi non ha una spalla su cui piangere. Il crocefisso luccica sotto il sole di Nonantola, il sorriso di Don Mattia ancora di più quando racconta con orgoglio che “tante parrocchie sono attive nel campo della ricerca della giustizia e della costruzione della fraternità, compresa la Parrocchia di Nonantola, dove i temi dell’accoglienza e del servizio ai poveri sono molto sentiti. Porterò avanti da qui la mia personale missione in terra”.

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