Cronaca

Missione internazionale, tra i profughi e le guerrigliere kurde del YPJ

Prosegue il viaggio umanitario di Franco Zavatti (Cgil) con l'Associazione "Verso il Kurdistan-Onlus", che dopo aver visitato l'ospedale finanziato dai modenesi (e incompiuto) si spinge verso le montagne al confine con il Califfato Islamico. Il suo racconto:

Makhumura-campo profughi (Regione Kurda) – Ieri siamo tornati da Leyla che è co-sindaco di Makhmura, infermiera e responsabile sanitaria del campo profughi. Con lei abbiamo iniziato il progetto per costruire un ospedaletto all'interno del villaggio. L'unica assistenza finora è data da un piccolo ambulatorio con personale UNHCR Agenzia ONU, che passa molto molto saltuariamente, per non più di 5-6 volte l'anno. Situazione insostenibile, con ricadute drammatiche sulla salute delle famiglie dei profughi, aggravata dall’assenza di acqua potabile, se non quella portata con autobotti. Per i bambini e le donne gravide è il peggio. 

Questa è però la situazione prima dell'onda nera Isis. Ora tutto è peggiorato ed ancor più precario, con le paure, le angosce ed i feriti dalle esplosioni dei razzi che scavalcano la catena collinare alle nostre spalle, o dai colpi di qualche cecchino contro le piccole unità di autodifesa, composte da formidabili ragazzi e ragazze, figli del campo profughi. A causa di queste complessità, Leyla ci spiega il dovuto rallentamento del progetto ospedaliero. Il nostro materiale giunto dai due ospedali di Carpi e Mirandola, è messo al sicuro e ben sorvegliato h 24. I tempi, secondo lei? Risponde sicura. Appena avremo liberato anche Mosul, qui sarà tutto più sicuro e finiremo i lavori. 

Abbiamo salutato Makhmura e fidati accompagnatori ci hanno portato ieri verso le montagne in un altro distretto, verso il confine col Califfato. Pattuglie discrete e posti di osservazione su ogni collinetta. Qui, ci spiegano, è decisivo vedere il più lontano possibile. Il posto più avanzato è un vero e proprio presidio seminterrato. Tutti giovani, armamento leggero, libri e giornali sul tavolo all'ingresso e tante bottigliette d'acqua.  La loro sorpresa nel vederci è contenuta ma evidente, saluti in kurdo e inglese. Poi tutti intorno alla tavolata, con te caldo a volontà e poi tante domande e tante risposte. 

Arrivano da tante provenienze, sparse nell'ampio territorio kurdo. Colpisce nelle loro parole, la mancanza di retorica e frasi fatte. Un tu per tu che è così più chiaro nel descrivere la loro presenza, la decisione nel voler difendere terra e casa loro, consapevoli che resisteranno perché sono uniti e dalla parte del giusto e della civiltà. Sanno bene cosa sono stati gli stupri, i massacri e gli incendi. Il tempo passa e ogni tanto un paio di loro prende il proprio Ak ed escono per salire il sentiero, per dare il cambio e così fra un po’ ne rientrerà un altro paio. 

Sembra una immagine costruita apposta per un raccontino, ma nel pieno del tramonto, dal crinale scende una colonna di guerrigliere. Sono le ragazze del YPJ, un gruppo combattente di sole donne e di cui abbiamo letto e sentito parlare parecchio negli ultimi tempi (in foto). 
In fila lungo il sentiero e con le armi appese in diversi modi. Arrivano sorridenti e salutano i colleghi e noi, sorprese come nel vedere una novità inaspettata ma piacevole. 

E con loro, ancora te caldo e tante domande. Pensandoci dopo, domande per loro banali da ascoltare e scontate, come se già se le fossero chieste o ascoltate mille volte !! Nei momenti più duri, che paure hai? Cosa ti aiuta o manca? Pensi a casa tua?  Ognuna di loro risponde a modo suo, con poche parole e sorridendo. Al punto che ti accorgi di avere gli occhi bagnati. L’Isis è poco più in là da qui, ma si capisce che c'è una distanza enorme, di epoche e civiltà.


 

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