Un libro in uno sguardo, addio a Massimo D'Alonzo e al suo coraggio di vivere

Si è spento nella sua casa di Sestola Massimo D'Alonzo, da 16 anni malato di Sla. Era diventato uno scrittore di racconti grazie ad un puntatore oculare, pubblicando un libro che è stato presentato a Buk proprio nel giorno in cui se n'è andato

Se n'è andato in silenzio, così come ha vissuto, lasciando sul tavolo un libro che vale mille vite. E' la storia al contempo drammatica e straordinaria di Massimo D'Alonzo, 56enne di Sestola che si è spento la scorsa domenica nel proprio letto, dove era confinato, immobile, da ben 16 anni. D'alonzo era infatti stato colpito da sclerosi laterale amiotrofica.

Il tavolo e il libro che ci ha lasciati, non sono però un arredo e un volume qualunque. Quel libro è il suo libro, una raccolta di racconti intitolata “Maria extra vergine” e pubblicata dall'editrice Campi di Carta. Quel tavolo è lo spazio espositivo della fiera del libro Buk, dove il testo è stato ufficialmente presentato al pubblico. Il volume è stato scritto alcuni mesi fa, attraverso un puntatore oculare, l'unico struemento espressivo di Massimo, praticamente immobile e muto, perché attaccato ad un ventilatore artificiale. Un'impresa impensabile fino a qualche anno fa, che ha concesso allo scrittore un pubblico che non avrebbe mai potuto immaginare e che ha rappresentato una grande rivalsa.

“Credo che i miei racconti abbiano un grande potere evocativo e onirico e spesso lasciano in sospeso alcuni particolari che diventano proprietà del lettore – scriveva d'Alonzo qualche tempo fa in merito alla sua opera letteraria e alla sua condizione - Io credo che quello che cambia la nostra vita, la vita di chi come me ha una malattia inguaribile e che regredisce inesorabilmente, sia l’Amore. Non c’entrano i soldi, c’entra solo l’Amore per continuare a vivere con un corpo inutile, c’entra la voglia di vivere, di farsi aiutare, avere degli appigli per vivere un altro giorno…”

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“Il suo libro è anche il suo lascito a questo mondo spesso troppo pieno di brutture e di meschinità: la sua visione disincantata e forse, perchè no,un po’ infantile delle cose è certamente rasserenante e positiva, come la leggerezza con cui sapeva parlare di argomenti anche “pesanti”. E poi metteva al centro di tutto la cosa più importante: l’Amore - scrive Marcello Rodi, presidente di Campi di Carta - Sono convinto che lui sarebbe rimasto volentieri con noi, non era uno di quelli che si arrendeva: anzi, progettava, sognava, scriveva. L’idea di “farla finita” era un assurdo in termini per lui”.
 

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