Omicidio alla Madonnina, la tragedia dopo (e nonostante) le denunce

Due "vite di confine" quelle della vittima e del killer, che accendono una volta di più i riflettori sulle violenze domestiche e sugli strumenti in mano alle autorità. Cosa ha impedito che si intervenisse per impedire un delitto di cui erano state date avvisaglie?

Dopo l'orrore scoperchiato nella cantina seminterrata di strada Nazionale per Carpi, si cerca di scavare nella storia della vittima, in quella del suo assassino e nelle vicende di una relazione violenta e disperata. Un mosaico tutt'altro che limpido su cui la Polizia sta facendo luce, ma di fronte al quale la Procura della Repubblica mantiene ancora un velo di silenzio, anche in attesa delle decisioni del Tribunale, che dovrà convalidare nelle prossime ore il fermo di Armando Canò, reo confesso dell'omicidio della compagna Bernardette Fella.

Da un punto investigativo, tuttavia, i giochi sembrano ormai conclusi, nonostante il dovuto rispetto dei tempi della giustizia. Le evidenze sulla scena del crimine e le parole di Canò riferite nell'interrogatorio non lascerebbero spazio a interpretazioni, scoperchiando nuovamente il terribile tema del femminicidio, di relazioni sentimentali violente che si concludono in maniera drammatica. I fatti della Madonnina non sembrano sfuggire a questo schema, richiamando inevitabilmente le riflessioni sulla natura del rapporto, sulla denuncia dei soprusi e sugli strumenti normativi e giudiziari.

Fa discutere, infatti, quanto appreso da fonti interne alle forze dell'ordine: la 55enne modenese aveva denunciato in passato episodi violenti ai propri danni da parte del compagno, senza che a queste segnalazioni corrispondesse una contromisura dell'autorità giudiziaria. Inadempienza? Non si può banalizzare. La questione non è infatti così lineare. Polizia e Carabinieri avevano registrato e “inoltrato” le denunce, che tuttavia in alcuni casi erano state ritirate dalla stessa vittima, che secondo diverse fonti aveva sempre temuto per la propria vita, pur cercando di riavvicinarsi più volte al compagno. Un fenomeno tutt'altro che inconsueto, specialmente di fronte a relazioni sentimentali “difficili” e a persone immerse in vite “di confine”. Un confine dettato dal marcato disagio psicologico, certificato e sostenuto in qualche modo anche dai servizi sociali, come nel caso dei due conviventi modenesi. Situazione di fronte alle quali un intervento da parte delle autorità va sempre soppesato e risulta talvolta molto difficoltoso.

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Non può sfuggire, tuttavia, che la figura di Armando Canò risulta gravata da condotte tutt'altro che virtuose, compresi alcuni furti per i quali era stato condannato e altri processi pendenti. Mettendo a sistema questo fatto con le denunce della compagna, risulta del tutto legittimo porsi il problema del confine dell'intervento della magistratura. Cosa ha bloccato un iter che avrebbe potuto e dovuto salvare la vita di Bernardette Fella? Una questione normativa? Una procedurale? Aldilà del piglio giustizialista che sempre più spesso trova nuovi sostenitori, sembra ormai maturo il tempo per una riflessione profonda sulle regole che normano questo delicato settore. Così come pare d'obbligo allargare il campo dalla materia squisitamente penale a quella della rete di sostegno e alla vigilanza.

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