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Venerdì, 19 Agosto 2022
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Leucemia linfoblastica, uno studio del Policlinico che migliora la terapia

Lo studio multicentrico, capitanato da Milano-Bicocca, ha visto arruolare 49 pazienti dei quali 3 dall'Oncoematologia pediatrica del Policlinico. Sarà pubblicato sul numero del 26 gennaio di The Lancet Haematology

Anche il Policlinico di Modena, con la Struttura Complessa di Oncoematologia Pediatrica diretta dal prof. Lorenzo Iughetti, ha partecipato allo studio multicentrico, tutto di marca italiana, su una particolare forma di leucemia linfatica acuta (Early t-cell precursor), una patologia per fortuna rara che, se non trattata adeguatamente ha scarse possibilità di guarigione. Lo studio, di cui era capofila il dott. Valentino Conter, del Dipartimento di Pediatria di Milano-Bicocca, responsabile per l’Italia dei protocolli di trattamento della leucemia linfatica acuta, ha coinvolto dal 2008 al 2014 49 pazienti, di cui 3 erano seguiti al Policlinico. I risultati dello studio, sono stati pubblicati sul numero del 26 gennaio di The Lancet Haematology.

“La forma di leucemia linfoblastica acuta tipo Early t-cell precursor – spiega la dottoressa Monica Cellini, referente per l’Oncoematologia pediatrica del Policlinico – è stata descritta nel 2009 ed è quindi una scoperta tutto sommato recente. Per fortuna i pazienti affetti da questa forma di leucemia sono molto rari. I primi studi effettuati sia negli Stati Uniti che in Europa mostravano una scarsa risposta al trattamento chemioterapico dovuta all'elevata resistenza delle cellule leucemiche alla terapia ed ad un alta percentuale di ricadute. Questi studi, quindi, indicavano come golden share per il trattamento di questa patologia l’utilizzo di le cellule staminali o di farmaci innovativi sperimentali in mancanza di donatore compatibile”. 

Lo studio pubblicato dai ricercatori italiani, invece, ha dimostrato che possono esserci buone possibilità di guarigione grazie a un protocollo di cura che stratifichi correttamente il paziente secondo le modalità di risposta al trattamento identificando coloro che necessitano di trattamenti più aggressivi. Un trattamento corretto può escludere la necessità di arruolare questi pazienti in protocolli di terapia sperimentale o di sottoporli a trapianto di cellule staminali emopoietiche in prima remissione se non identificati in alto rischio. 49 bambini (32 maschi e 16 femmine) di età compresa tra 1 e 18 anni sono stati stratificati secondo criteri di rischio ben definiti in relazione alla risposta alla terapia.

“L’analisi della casistica – conclude Cellini -  ha mostrato che in molti di questi pazienti la risposta al trattamento è più lenta, alcuni pazienti non rispondono alla fase iniziale di terapia. Il controllo dell'aspirato midollare al gg +15 mostra ancora la presenza di malattia nel 64% dei pazienti rispetto al 21% delle altre forme. Conseguentemente sono stati identificati come pazienti ad alto rischio ed hanno ricevuto un trattamento chemioterapico più aggressivo che ha permesso di ottenere una sopravvivenza libera da eventi dell'86% a 3 anni di follow-up paragonabile alle altre forme di leucemia linfoblastica”. Dei 28 pz trattati con la sola chemioterapia 25 sono vivi (89%) in remissione completa e 3 sono ricaduti, dei 18 trattati con trapianto di cellule staminali 13 (72%) sono vivi in remissione completa e 5 sono deceduti per complicanze legate alla procedura.

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