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Pochi e precari: identikit di chi entra nel mondo del lavoro

I dati provinciali spiegano bene le difficoltà di chi inizia un'attività lavorativa. Quasi la metà a tempo determinato. Crollano i contratti di apprendistato, mentre esplode il fenomeno delle partite Iva. La fotografia dell'Osservatorio Cgil

Tra le tante indagini statistiche sull'andamento della nostra economia, quelle sul mercato del lavoro sono sicuramente tra le più negative e preoccupanti. Parlare di precarietà nel mondo del lavoro può sembrare quasi banale, ma alcuni dati recentemente elaborati dall'Osservatorio Economia-Lavoro della Cgil sono molto utili a comprendere in particolare le dinamiche di ingresso nel lavoro.

I ricercatori hanno preso in esame le diverse tipologie di avviamento al lavoro nella nostra provincia, considerando perciò non solo i giovani che ottengono la loro prima occupazione, ma anche chi cambia lavoro, tracciando una mappa chiara, dal 2008 ad oggi. Così scopriamo che nell'ultimo anno sono stati 125.962 i nuovi inizi di prestazioni lavorative, in cui a farla da padrona sono i contratti a tempo determinato, quasi il 45% del totale.  In seconda battuta vi sono invece i contratti a tempo indeterminato (14%), le assunzioni nella pubblica amministrazione (14%) e i contratti di lavoro somministrato, che salgono al 12,4%.

A ben guardare, emergono dati molto interessanti su forme percentualmente minori, ma comunque significative. É il caso dei contratti di apprendistato, che sono calati del 12% solo nell'ultimo anno e quasi dimezzati dal 2008: segno di un fallimento di questa forma contrattuale su cui anche il precedente Governo aveva puntato molto attraverso la "riforma Fornero". Evidentemente le imprese non hanno risposto agli impulsi della politica.

Al contrario, crescono in maniera sostanziale il lavoro domestico, raddoppiato in 5 anni, e il lavoro autonomo. Iniziare a lavorare come partita Iva non era contemplato nel 2008, mentre oggi sono ben 1500 i lavoratori che avviano questo tipo di attività, specialmente giovani professionisti che le società preferiscono non assumere direttamente. 

Anche in termini di qualificazione degli occupati si rilevano alcune importanti novità: fra 2010 e 2012 si registra una impennata di professioni intellettuali tecniche e ad alta specializzazione (da 7,8% a 14,5%) a scapito di Legislatori, Dirigenti e imprenditori (da 3,7% a 1,7%); aumento di professioni non qualificate (da 7,7% a 10,9%) contro una riduzione di operai semiqualificati (da 13,6% a 6,7%); tengono i tecnici e gli impiegati e tracollano gli artigiani (da 19,5% a 13,3%).

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