Il turismo modenese dopo il coronavirus. Un sogno perduto?

Investimenti nuovi o recenti che hanno sperato nella sbocciatura del turismo sotto la Ghirlandina e che ora rischiano di essere vanificati e di avere pesanti ricadute su molte imprese e molti lavoratori

Se non si interviene rapidamente e con somme adeguate e a fondo perduto, tutto il grande lavoro fatto negli ultimi 15 anni per favorire la crescita del settore turistico a Modena rischia di andare perduto, con decine di imprese che non saranno in grado di riaprire quando, e non sembra presto, avranno la possibilità di farlo: stiamo parlando di alberghi, ristoranti, bar, artigiani della ristorazione e relativo indotto. Migliaia di imprese (quasi tremila solo quelle artigiane), decine di migliaia di addetti, fatturato da centinaia di milioni e, soprattutto, l’ossatura della Modena turistica di un passato appena superato dal coronavirus e di un futuro che ancora non si vede oltre la pandemia.

E’ la cosiddetta fase due, la riprese delle attività economiche. E a questo riguardo, tanto per sottolineare per l’ennesima volta la complessità della situazione che si sta affrontando, si rilevano condizioni di partenza molto differenziate: ovviamente ci sono le attività che non si sono mai fermate, come la distribuzione, il farmaceutico e l’alimentare; c’è l’industria manifatturiera che ripartirà, pur con tutte le difficoltà del caso, e lo stesso succederà per tutte le strutture di servizio nelle diverse filiere; poi, come detto, c’è un intero settore in posizione di grande svantaggio.

Diverse le ragioni, alcune evidenti, si tratta di attività che producono assembramenti (prima erano occasioni di socialità e di cultura) e quindi dovranno trovare un loro equilibrio in questo tempo di coronavirus: per alcune sarà complicato, per altre del tutto impossibile. Comunque, anche ammesso che riesca a farle ripartire, non ci sarà assolutamente modo di recuperare quanto è andato perso: più che lavorare a pieno regime non si potrà fare e quello che è andato e andato.

A Modena, inoltre, questo aspetto dei pubblici esercizi, quindi bar, alberghi e ristoranti, è particolarmente rilevante visto che nel 2019, nel solo Centro Storico, si era toccata una punta record di esercizi in attività, con una crescita, in pochi anni, di circa il 30%, pari a 76 nuovi esercizi, una percentuale quasi doppia rispetto ai centri storici degli altri capoluoghi di Regione nello stesso periodo.

Gli imprenditori hanno investito, hanno assunto personale e sviluppato progetti a medio-lungo termine che ora escono letteralmente squassati e quanto mai incerti. Quasi tutti stanno utilizzando questo periodo di tempo anche per studiare tempi e soprattutto modalità di un’eventuale ripartenza, magari, ma solo per alcuni, favorita dalla bella stagione e quindi dalla possibilità di lavorare in esterno. C’è voglia, ma anche tutti i timori legati a risorse che sono andate in fumo e che non sono recuperabili.

Se ne discute nelle famiglie degli operatori, ne discutono gli operatori tra loro, con le associazioni di categoria e le istituzioni. Presto il problema esploderà e risulterà chiaro che i prestiti, per quanto garantiti e a tassi agevolati, non saranno sufficienti, non basteranno nemmeno a salvaguardare i posti di lavoro. Se davvero si vuole far ripartire il settore (e mettiamoci dentro anche i musei, i teatri e i cinema) si dovranno adottare misure di sostegno eccezionali e cioè finanziamenti a fondo perduto.

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Tra l’altro, potrebbe risultare interessante anche dal punto di vista fiscale: andrebbe risarcita, infatti, una parte del fatturato calcolata sull’anno precedente: un premio a chi ha pagato tutto e uno smacco a chi, invece, si è comportato in modo scorretto. E’ questioni di giorni, poi queste richieste risaliranno rapidamente dalla dimensione locale a quella regionale per approdare poi in modo dirompente al tavolo nazionale dove governo, parti sociali e superesperti non potranno non tener conto di ciò che, più o meno, rappresenta il 15% della ricchezza totale prodotta dal Paese.

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