Domenica, 13 Giugno 2021
Economia

Gli italiani sognano la Ferrari, l'azienda in cui tutti vorrebbero lavorare

La società di Maranello premiata come la più ambita dai lavoratori ai Randstad Employer Brand 2021

Ferrari è il datore di lavoro più ambito in Italia. Lo ha stabilito la ricerca del Randstad Employer Brand 2021, un’approfondita indagine globale sull'employer branding. Secondo il sondaggio, il 74,3% di italiani sogna di lavorare nella Casa di Maranello, che si posiziona al primo posto fra le società italiane più attrattive per cinque aspetti: equilibrio fra vita privata e lavorativa, atmosfera di lavoro piacevole, retribuzione & benefits, sicurezza del posto di lavoro e reputazione del brand.

“Questo premio conferma la vicinanza degli italiani a Ferrari e riconosce il nostro impegno per un ambiente di lavoro dove ciascuno possa esprimere la sua passione, creatività e talento – ha commentato Michele Antoniazzi, Chief Human Resources di Ferrari – Formazione, inclusione e benessere sono i temi su cui attualmente siamo più focalizzati, oltre a quelli emersi nella ricerca. Ne sono esempi recenti il programma “Back on Track”, che ha consentito di far ripartire in sicurezza l’attività produttiva nel difficile contesto della pandemia, la certificazione della parità salariale fra donne e uomini ottenuta lo scorso anno e le crescenti opportunità formative per le nostre persone”.

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La ricerca del Randstad Employer Brand 2021 è condotta da Randstad su oltre 190.000 persone in 34 Paesi del mondo, con quasi 6.500 aziende analizzate in modo indipendente per misurarne il livello di attrattività come datori di lavoro. In Italia sono state intervistate 6.581 persone di età compresa tra 18 e 65 anni.

Il datore di lavoro ideale

Secondo i lavoratori italiani, i fattori più importanti per un datore di lavoro sono il bilanciamento tra vita privata e professionale (indicato dall’66% degli intervistati) e l’atmosfera del lavoro piacevole (64%), seguiti da retribuzioni e benefits competitivi (61%), sicurezza del posto di lavoro (58%), visibilità del percorso di carriera (54%), solidità finanziaria dell’azienda (51%) e – novità di quest’anno – un ambiente di lavoro “covid safe” (45%), ma anche un contenuto di lavoro interessante (42%) e la possibilità di lavorare da remoto (39%). Ma queste priorità non coincidono con quelle dei datori di lavoro. Secondo l’opinione dei lavoratori, le aziende italiane invece puntano soprattutto su solidità finanziaria, buona reputazione, ambiente Covid safe e sicurezza del posto, dando poca rilevanza al worklife balance e al clima aziendale, elementi fondamentali per la scelta dell’azienda in cui lavorare.

Ci sono però profonde differenze per età. I più giovani, appartenenti alla fascia d’età (18-24 anni), ricercano soprattutto aziende con un’atmosfera di lavoro piacevole, realtà che offrono possibilità di carriera e ottima formazione; il segmento 25-34 anni guarda prioritariamente alla retribuzione ed ai benefits; gli adulti della fascia 35-54 anni cercano prima di tutto work-life balance, che risulta al primo posto anche per i 55-64enni, tra cui però c’è simile interesse anche per sicurezza del posto e solidità finanziaria dell’azienda.  

Chi cambia lavoro

L’8% dei lavoratori ha cambiato impiego negli ultimi 6 mesi. Per questi si confermano gli stessi fattori per la scelta del datore di lavoro, ma chi ha appena cambiato lavoro dà meno importanza alla sicurezza del posto (50%) rispetto a chi è rimasto con l’azienda attuale (60%). La pandemia però sembra mettere in discussione alcuni equilibri e priorità nel lavoro. Se quasi un italiano su dieci ha cambiato datore di lavoro nel recente passato, ben uno di cinque (il 21%) ha in previsione di farlo entro i prossimi 6 mesi. E tra i lavoratori colpiti dal Covid19 la previsione di cambiare datore di lavoro sale al 30%. Il canale prevalente per la ricerca di un nuovo lavoro sono i contatti personali, adottati da un terzo degli italiani (32%), seguito dalle Agenzie per il lavoro (23%) e da LinkedIn (20%). Poi altri canali digitali come Infojobs.it (18%), Subito.it (17%), Google (17%), portali di lavoro (17%), social media (13%) e i siti aziendali (12%). 

L’effetto Covid19

Il Covid19 ha cambiato concretamente le condizioni di lavoro di metà dei dipendenti italiani (il 49% del totale). In particolare, tra questi il 19% degli intervistati ha perso il lavoro, il 14% ha lavorato ad orario e salario ridotto, il 7% ha lavorato più ore del normale, il 4% è stato messo in cassa integrazione. Solo il 43% ha continuato a lavorare normalmente (più gli uomini che le donne, e più dipendenti con istruzione universitaria che gli altri). Il modo in cui i datori di lavoro italiani hanno sostenuto i propri dipendenti e gestito la pandemia però ha avuto un impatto molto positivo sulla fedeltà. Complessivamente, il 50% dei dipendenti si sente oggi più fedele al proprio datore di lavoro e solo l'11% meno fedele. L'impatto sulla lealtà è indipendente dal genere, dall'età o dal livello di istruzione. E riguarda sia i lavoratori che in questi mesi hanno deciso in autonomia di lavorare da casa (56% di sente più fedele) che quelli obbligati a farlo (51%). 

Il lavoro da remoto

Ben metà dei dipendenti che durante la pandemia hanno continuato a lavorare (il 51% del totale) lo ha fatto da remoto. Di questi, il 33% lo ha fatto in parte (andando in sede/ufficio almeno occasionalmente), il 18% esclusivamente da remoto. Circa un lavoratore da remoto su due è stato coinvolto nella decisione, gli altri non hanno avuto scelta. Della restante metà di lavoratori che non ha lavorato da remoto, il 23% non lo ha fatto solo perché era impossibile per la sua attività, appena il 2% perché il datore di lavoro non lo ha permesso (anche se sarebbe stato possibile). La possibilità di lavorare da remoto è considerata da una buona fetta degli italiani, anche se non dalla maggioranza: il 39% si dice attratto dalla possibilità di Smart Working anche in futuro, un interesse che è maggiore tra le donne e i dipendenti con alto livello di istruzione. 

La paura di perdere il posto

La maggioranza dei dipendenti (il 41%) non ha paura di perdere il lavoro, ma un numero considerevole (il 30%) pensa che ciò accadrà nel 2021. Un timore che ha effetto anche sulla prospettiva di mobilità: il 27% dei dipendenti che teme di perdere il lavoro prevede di cambiarlo nei prossimi 6 mesi (contro l’11% di chi non lo teme). A temere di perdere il posto nel corso dell’anno sono più le donne che gli uomini e dipendenti con un livello di istruzione medio. Tra le varie aree del Paese, appaiono decisamente più preoccupati di perdere il posto nel Sud Italia, rispetto a Nord Est, Nord Ovest e Centro.

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