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Economia

Giovani disoccupati modenesi senza titolo di studio, si licenziano perché insoddisfatti

I Centri dell'impiego hanno rilevato che i giovani disoccupati modenesi sono il 18%. Il 44% si licenzia perché insoddisfatto, il problema è che le esperienze lavorative non creano un curriculum adeguato per il mercato del lavoro

Il 18% dei giovani modenesi, tra i 16 e i 29 anni, sono disoccupati. Questa è una delle caratteristiche rilevate dai Centri per l'impiego della provincia di Modena secondo una ricerca condotta su un campione di circa 200 giovani modenesi senza titolo di studio, su 3.200 iscritti ai Centri senza titolo di studio, su 8.400 giovani iscritti. 

IL PROBLEMA DELL'AUTONOMIA ECONOMICA E DOMESTICA. I giovani disoccupati modenesi vivono con i genitori, ma a volte anche con figli e compagni, alternano periodi di disoccupazione a lavori saltuari, spesso irregolari. A mancare non sono le occasioni di lavoro, il problema che una volta assunti a tempo indeterminato o in apprendistato si licenziano insoddisfatti e anche dopo diversi tentativi non riescono ad avviare un progetto professionale soddisfacente e rimpiangono di aver abbandonato gli studi. 

LE COMPETENZE ACQUISITE NON SONO SPENDIBILI SUL MERCATO. In provincia di Modena il tasso di disoccupazione Istat nella fascia di età 16-29 anni supera il 18 per centro. "Nella maggior parte dei casi - spiega Monica Gaddoni di Italia lavoro - i giovani intervistati vivono in famiglia, alternando periodi di disoccupazione a periodi di lavoro come colf, baby sitter, muratore, meccanico, aiuto parrucchiere ed estetista. Le competenze acquisite non vengono percepite come capacità spendibili sul mercato, insomma non arricchiscono e non formano".

NEL 44% DEI CASI IL PRIMO RAPPORTO DI LAVORO SI RISOLVE CON LE DIMISSIONI. In genere la prima occasione di lavoro è stata un apprendistato, una scelta spesso non dettata da un chiaro obiettivo professionale, ma vissuta tuttavia positivamente e più lunga rispetto alle successive. Nonostante le condizioni di ingresso nel mercato del lavoro risultino almeno sulla carta favorevoli per tipo di contratto e durata, nel 44 per cento dei casi il primo rapporto di lavoro si risolve con le dimissioni, quindi con un’uscita volontaria del giovane. Le opportunità, comunque, non mancano: i ragazzi hanno in media 4,7 occasioni di lavoro all’anno, temporanee e la cui durata media è di cinque mesi.

NESSUN FILO CONDUTTORE NELLE ESPERIENZE LAVORATIVE. I giovani hanno desideri professionali  che però difficilmente riescono  a trasformare in progetti lavorativi. I rapporti restano frammentari, alimentano instabilità e favoriscono l’abbandono di eventuali desideri professionali la cui scelta è spesso dettata unicamente dall’urgenza di avere una retribuzione. Spesso i ragazzi lamentano ostacoli percepiti come insormontabili e una scarsa capacità di attivazione sul mercato del lavoro; il fallimento è attribuito a fattori esterni, frutto di scelte passate (insuccessi scolastici, mancanza di un titolo di studio o di conoscenze e competenze spendibili) che generano rassegnazione e sull'abbandono degli studi emerge un forte senso di fallimento e di occasione persa. 

GIUSTIFICANO LA RINUNCIA CON LA MALA-EDUCAZIONE. A parte le motivazioni che hanno portato a tale scelta (la perdita di un genitore o la precoce genitorialità, la cattiva relazione con insegnanti e compagni), emerge spesso un contesto socio-culturale in cui alla scuola non è stato dato sufficiente valore, fornendo un alibi alla rinuncia. Nelle interviste, infatti, non emergono figure di adulti di riferimento particolarmente attenti al loro futuro, né in ambito familiare, né in ambito scolastico. 

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