Economia

La condizione socioeconomica delle donne migranti e i loro settori d’impiego: il valore dell’associazionismo modenese

Sbarchi, accoglienza e immigrazione: ricerca dell’Osservatorio migranti del CRID dell’università di Modena e Reggio Emilia fa luce sul drammatico quadro della discriminazione di genere

Riconoscere gli svantaggi della categoria discriminata delle donne migranti lavoratrici, ulteriormente aggravata dalla pandemia di Covid-19, equivale a trattare un tema che tocca profondamente tutta la società. Con la discriminazione di genere si perde un tassello fondamentale del tessuto sociale, economico e culturale. Condizione che Francesco De Vanna, ricercatore in scienze giuridiche all’università di Modena e Reggio Emilia, Unimore, illustra nel confronto tenutosi in via telematica il 5 maggio su SpazioF, sulla pagina Facebook di Fondazione Modena. Lo studio curato sulla base della ricerca condotta dall’Osservatorio migranti del CRID di Unimore, analizza la problematica. 

Il Centro interdipartimentale su discriminazioni e vulnerabilità dell’università di Modena e Reggio Emilia diretto dal Prof. Gianfrancesco Zanetti, affronta la questione dell’immigrazione trattando la parte più fragile: la vulnerabilità e la marginalizzazione della condizione socio-economica della donna lavoratrice migrante a Modena. Questione che abbraccia tematiche più ampie e dalle sfumature più complesse, perché dietro il macro-problema della gestione del lavoro dei migranti, c’è la silenziosa ma sempre presente discriminazione di genere. Una violenza che è aggravata dalla pandemia, infatti gli studi effettuati confermano che al disagio umanitario, tutte quelle conflittualità che vive la donna non solo sono peggiorate ma se ne sono aggiunte delle nuove. In particolare, per le donne c’è la sovrapposizione dello spazio del lavoro e quello di vita familiare. Si occupano anche del lavoro di cura dei propri figli che al momento svolgono la didattica a distanza, quindi le difficoltà nel gestire tutta la situazione e ottenere un guadagno economico, rende ancora più ostico sopravvivere. Faticosamente riescono a mantenere le occupazioni che ricoprono, si tratta di lavori quali assistenza domiciliare, filiera agricola, o anche settori del terziario come quello delle pulizie, che nella maggior parte dei casi dal punto di vista contrattuale sono fragili: la precarizzazione delle forme contrattuali è un problema. Nel settore terziario e agricolo sono forme contrattuali particolarmente flessibili e precarie, appunto si può far riferimento a rapporti di dipendenza nei confronti dei datori di lavoro che rendono ancora più spiccata tale condizione. 

L’attività di ricerca si sviluppa tenendo conto anche della povertà educativa minorile, perché i figli di questa famiglie rischiano il grave danno collaterale di impoverimento educativo. Si tratta di famiglie che nonostante posseggano contratti di lavoro regolari, vivono in condizioni che sono al limite della miseria. Non ci sono gli strumenti che permettono a questi giovani di migliorare le proprie competenze sia dal punto di vista della didattica che del sociale. L’isolamento pandemico, che nell’era del digitale viene colmato dai mezzi di comunicazione istantanei, per questi ragazzi diviene una prigione se non posseggono gli strumenti, e l’inclusione è oltremodo peggiorata. Senza contatto sociale né strumenti, i figli di queste famiglie non hanno la possibilità di integrarsi come tutti gli altri. Il contributo del Prof. Thomas Casadei che è il responsabile scientifico dell’Osservatorio migranti dichiara: “I lavoratori e le lavoratrici migranti sono parte fondamentale della nostra società e del nostro tessuto economico. È importante capire le loro condizioni, studiarle, esaminarle e vedere quando sono all'interno di un quadro di regole che sono quelle di tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Invece questi diritti sono in qualche modo messi in discussione o addirittura violati, quindi in questo caso si determinano delle situazioni di sfruttamento delle condizioni non accettabili all'interno di una società che si dice essere per gran parte civile”

Il centro è finanziato dalla Fondazione di Modena e realizzato con la collaborazione di altri enti, come Porta Aperta, Arci Modena, la Cooperativa l’Angolo, il Ceis e la Caritas provinciale, per cui tratta tematiche molto ampie. Una di queste è proprio lo sfruttamento di questa categoria. Sono quattro gli assi sui quali si svolgono gli studi, individuati fin dal finanziamento delle ricerche. Ripercorrendo le attività di indagine sulla tematica del lavoro, sono: la dimensione di carattere territoriale e nazionale, il tema dell’apprendimento della lingua italiana, la questione della precarietà abitativa, e infine, l’importanza dell’eterogeneità del tessuto associativo modenese impegnato sul versante dell’accoglienza e dell’inclusione. Le forme di associazionismo che emergono dalla società modenese sono risultate sorprendenti, non soltanto in merito alle difficoltà lavorative dei migranti, ma anche nello specifico per quanto riguarda la condizione delle donne. 

L’associazionismo ha un ruolo fondamentale nel processo d’integrazione. Il progetto dell’Osservatorio migranti è stato pensato infatti nell’ambito di un appuntamento di grande rilievo, il Festival dell’immigrazione. È un evento importante per il centro di ricerca, per le riflessioni maturate e per la stessa attività dell’osservatorio che analizza le pratiche associazionistiche del suolo modenese. In particolare, Porta Aperta e le associazioni laiche come la Arci, il Ceis e la Cooperativa l’Angolo, sono state determinanti se si osservano le attività di volontariato. Sono state promosse le attività della campagna “Io Accolgo” che coglie le attenzioni delle istituzioni in merito alle questioni della cittadinanza. Il Festival è un appuntamento di grande rilievo nazionale data la presenza nell’edizione del 2020 di personaggi del mondo della politica, come Romano Prodi. 

Il fenomeno trattato presenta dimensioni tali che richiederebbero risposte sul piano politico nazionale e internazionale, non solo locale. Le istituzioni territoriali e istituzionali del territorio modenese hanno dimostrato spiccata sensibilità con un vero impegno collettivo da parte dell’associazionismo locale, rendendo il contesto emiliano all’avanguardia, nonostante dal punto di vista nazionale il quadro normativo sia frammentato. L’accoglienza diffusa, considerata all’avanguardia, è stata trasformata, rendendo le politiche meno adeguate. Il tentativo di rispristinarla è in atto, ma è soprattutto necessario, perché l’esigenza di lavoro di cura come l’assistenza familiare è sotto gli occhi di tutti, quindi negare l’accoglienza e non porre adeguate soluzioni non può che comportare gravi difficoltà di sviluppo pe il futuro dell’intera società. È stato il Decreto Lamorgese a ripristinare la Protezione umanitaria. La protezione umanitaria era stata abolita negli anni precedenti e ciò ha illegalizzato centinaia di persone presenti nel nostro territorio. Persone che già presenti in Italia e con contratti di lavoro, sono diventate invisibili da un giorno all’altro. Grazie a questo provvedimento possono essere destinatarie di forme di protezione alternative che consentono di avviare un percorso di inserimento sociale. A volte la politica aggrava le condizioni sociali a causa di insicurezze, ma la sicurezza sociale è data dal vivere comune solidale.   

Il ruolo della cittadinanza e il senso civico sono essenziali, specialmente là dove avvengono due rimozioni dannose per l’intero tessuto sociale. L’italiano è stato un colonizzatore e un migrante al tempo stesso, recuperare queste dimensioni equivale a dare spessore alla questione dell’immigrazione, i cui sbarchi, il cimitero del Mediterraneo, e le discriminazioni delle donne lavoratrici, appartengono a tutti.

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