I primi saranno gli ultimi: tra maestria e follia la rivincita di Antonio Ligabue

Una narrazione cinematografica sulla vita del pittore emiliano Antonio Ligabue, l’esponente italiano della pittura naif del primo Novecento. Un’anima enigmatica, criptica, schiva, capace di sorprendere per la sua imprevedibile genialità ed estro artistico.

La figura dell'artista è stata riportata alla ribalta del grande pubblico dal film “Volevo Nascondermi” di Giorgio Diritti, magistralmente interpretato da Elio Germano, premiato come miglior attore al Festival del Cinema di Berlino.

Emigrato dalla Svizzera dopo una travagliata adolescenza e vissuto nelle fruttifere campagne emiliane, tra bruniti e verdeggianti campi solcati da coltivazioni e distese di grano dorato, tra casolari diroccati, corti e tenute agricole, Antonio si addentra e sprofonda selvaggiamente nella nuda realtà contadina. Una realtà in cui bestialità e umanità si amalgamano tra loro fino a dissolvere i confini di demarcazione.  Cavalli imbizzarriti, tigri inferocite, galline chioccianti e un ampio ventaglio di altri animali saranno il soggetto prediletto delle sue realizzazioni: dalla scultura alla pittura. 

“El tudesc”, così soprannominato, attraverso un processo di zoomorfismo e imbarbarimento, guarda, osserva, scruta gli animali che lo circondano per rubare e tradurre in pittura fisionomia e movenze ferine. Pittura e scultura diventano l’espressione tangibile, la vena espressiva attraverso cui la lava artistica fuoriesce dal cratere vulcanico del suo animo. È tramite quella che i greci chiamavano “mimesi” che Ligabue può cogliere, fotografare e riprodurre l’ossatura materna del reale.

Nonostante lo squilibrio mentale e le angosce deliranti che lo condurranno al manicomio, dietro al volto rabbuiato, graffiato da profonde righe, dietro a quel ghigno sprezzante ridotto a smorfia, dietro a quelle mani callose temprate dalla fatica, si cela la sua genialità artistica. E sarà proprio questa stessa genialità a fungere da passaporto sociale, a strappare l’artista dal quel nascondimento che giustificava e legittimava angosce e manie tesaurizzate fin dall’infanzia. L’incompreso, l’emarginato, la vittima di taglienti umiliazioni troverà il riscatto attraverso l’arte, un filtro trasversale e universale capace di parlare alla moltitudine senza sterili mediazioni.

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