Cultura

Riccardo Riccò affida ad un libro le sue "confessioni di un ciclista pericoloso"

"Fare il Tour de France senza doparsi è una follia", parola di Riccò. Il ciclista formiginese racconta le sue verità in un volume che investe tutto il mondo del ciclismo e si preannuncia un testo "scomodo" per molti

A dieci anni dalle imprese sui pedali che avavno fatto sognare i tifosi italiani di ciclismo prima dello scandalo e della squalifica, Riccardo Riccò ritorna sulla breccia. Lo fa con un libro, uscito oggi per Piemme. Il volume, scritto con Dari Ricci, è "Cuore di Cobra. Confessioni di un ciclista pericoloso" e mette a nudo le verità dell'atleta originario di Formigine.

«Pensate che i grandi che hanno scritto la storia del ciclismo e che sono stati coinvolti a vario titolo in scandali doping fossero diversi dal resto del gruppo? Che fossero migliori o peggiori degli altri? Credete che, prima di loro, di quegli anni, la situazione fosse diversa, o che possa essere cambiata negli anni successivi? Pensate che si possano fare 200 chilometri al giorno per tre settimane tra sole, gelo, pioggia, vento e neve solo a pane e acqua? Pensate che si possa davvero vincere così, o che ci sarebbe mai una tv disposta ad aspettarti al traguardo in diretta per 7, 8, 10 ore, cioè il tempo fisiologico per un tappone di montagna con 4.500 metri di dislivello? E, una volta arrivati, essere pronti già il mattino dopo a rifare la stessa cosa? Vi siete mai chiesti perché ogni tappa di un grande giro arriva d’abitudine tra le 17 e le 17,30? Perché in quell’orario si deve arrivare, se no “non ci stiamo con il palinsesto, e addio a pubblicità e spot.” Per farci coraggio, per sopportare quella fatica immane, ci chiamiamo El Diablo, o il Killer, o il Re Leone. O il Cobra, come me. Per darci forza, perché così ci vogliono le persone che ci aspettano anche per giorni accampati su una curva. E, allora, come polli d’allevamento, ci alleniamo e ci “curiamo”, qualcuno per vincere, i più semplicemente anche solo per tenere il passo, stare a ruota. Solo col doping non vinci. Senza doping non vinci. Questa è la regola aurea del gruppo. Forse avrei dovuto rinunciare a quel soprannome, Cobra, troppo minaccioso, infido. Roba da far paura agli avversari, ma quasi anche a me. In fondo, ero soltanto uno del gruppo».

Riccardo Riccò, nato nel 1983, soprannominato il Cobra, corona il suo amore per il ciclismo con una carriera di successo tra i dilettanti e diventando professionista nel 2006. É considerato il più brillante erede di Pantani quando, nel 2008, si aggiudica due tappe al Giro d’Italia, che conclude al secondo posto dopo Contador, e due tappe al Tour de France. Ma alla partenza della dodicesima tappa, viene fermato perché positivo al cera, l’epo di terza generazione, e subisce una squalifica di due anni. Al rientro firma con la Vacansoleil Pro Cycling, ma nel 2011, al termine di un allenamento, rischia la vita per un’autotrasfusione. L’episodio gli costa una squalifica di dodici anni, fino al 2024.

Dario Ricci è un giornalista sportivo. Come inviato di Radio 24, ha seguito le Olimpiadi di Pechino 2008, Londra 2012, quelle invernali di Torino 2006, gli Europei di calcio di Portogallo 2004, i Mondiali di nuoto di Roma 2009 e i Mondiali di calcio di Sudafrica 2010 e Brasile 2014. Dal 2009 ha ideato e condotto la trasmissione A bordo campo, e dal 2015 è la voce e l’autore di Olympia, miti e verità dello sport, entrambi su Radio 24.

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