Pro-Memoria Festival, il cinema di Giorgio Diritti apre la rassegna 2020

Si è svolto ieri sera presso l’auditorium mirandolese Rita Levi Montalcini l’incontro inaugurale del Pro-Memoria Festival 2020. Come gli anni scorsi, anche quest’anno, dal 15 al 18 ottobre il promemoria festival propone un programma ricco di incontri, dialoghi e riflessioni con ospiti d’eccezione.

La serata d’apertura, titolata “Volevo vivere”, è stata celebrata dal confidenziale colloquio tra il regista Giorgio Diritti e lo storico del cinema Gian Piero Brunetta, professore emerito dell’Università degli studi di Padova. Un incontro per ripercorrere la carriera artistica e biografica del noto regista attraverso la critica e il commento delle sue magistrali narrazioni cinematografiche. 

Dal primo film d’esordio “Il vento fa il suo giro”, frutto di ben sette anni di paziente lavoro e ricerca fino all’entusiastico successo dell’ultimo “Volevo nascondermi”, il regista, attraverso una spiccata eloquenza narrativa, esalta ogni dettaglio del reale: dall’espressività mimica, alla gestualità fisica fino all’introspezione psicologica. Nulla viene relegato alla casualità, ma tutto risponde sapientemente alla grammatica della verità. Il singolo fotogramma, iniziale o finale che sia, vuole imprigionare l’essenza autentica del reale: dal profumo campestre del fieno, dalla pregnanza dei sapori, alla vitalità dei colori fino alla sincerità degli affetti. 

La superficialità viene detronizzata dalla forza dirompente della verità che, trasbordando dai confini narrativi, giunge a rapire e conquistare il cuore dello spettatore, collettore di memorie e ricordi. 

Protagonista e madre indiscussa degli impianti cinematografici di Diritti è sicuramente la natura, una forza onnipotente e pervasiva che invade e abbraccia l’animo dell’uomo, troppo spesso sopito e intorbidito da vane preoccupazioni. 

Il regista confessa: “Quando ho girato in Amazzonia il film ‘Un giorno devi andare’, là in quelle terre povere ma così umanamente ricche, abitate dal sorriso spontaneo e dalla gioia festante dei bambini delle favelas, mi sono reso conto di quanto sia sproporzionato il rapporto tra uomo e natura nel mondo occidentale. Proprio là, più m’immergevo nella vastità naturale e più mi confondevo con essa, tanto più i miei problemi si annullavano, si sottraevano.” Di qui, dunque, l’esigenza di raccontare la presenza della natura come madre premurosa che sì protegge e ammaestra l’uomo, ma al tempo stesso lo allerta e allarma qualora la relazione tra uomo e natura sia sbilanciata e pericolosa. 

Il cinema, così come la natura, infallibile riflesso e termometro dell’esperienza umana, si prefigge di essere un’esperienza collettiva e sociale tesa a sollecitare, allietare e far riflettere l’uomo. 

Non basta raccontare, non basta vedere, per realizzare un buon film bisogna scrutare e assorbire l’immenso bagaglio esperienziale che circonda quell’ecosistema narrativo. Il cinema non è immagine parlante su pellicola, è partecipazione, è coinvolgimento che in primis vive il regista e poi vive lo spettatore. Un linguaggio sincero e schietto che vuole addentrarsi nel vissuto e nell’esperienza.

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di Gloria Fioroni

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