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Roberta Iotti racconta il Cesare Borgia scoperto nei documenti dell’Archivio Segreto Estense

Un contributo molto importante per la comunità scientifica e per la comunità modenese quello che Roberta Iotti ha fornito con il suo ultimo libro“César”. L’autrice ha ricostruito la storia di Cesare Borgia, uno dei personaggi più importanti del Rinascimento, a partire dai documento dell’Archivio Segreto Estense. Il libro è disponibile su Amazon in formato sia cartaceo e che digitale.

Abbiamo intervistato Roberta Iotti per scoprire chi fu veramente Cesare Borgia e il suo legame con il nostro territorio.

Perché hai scelto di raccontare la figura di Cesare Borgia?

Perché accanto a Lucrezia è Cesare l’altro personaggio estremamente affascinante della famiglia Borgia. Insieme con il padre Rodrigo, poi salito al soglio petrino con il nome classico e bellicoso di Alessandro VI, sono loro il nucleo attorno al quale ruota tutto il clan borgiano, legati l’uno all’altro da un affetto profondo ed esclusivo, capaci di custodire segreti spinosi e dolenti per il bene reciproco, avvezzi all’uso della lingua valenzana per rendersi incomprensibili a tutti e specie agli uomini di curia. Se si vuole comprendere pienamente Lucrezia bisogna conoscere Cesare, e viceversa. Inoltre, come ho scritto nel libro, se Cesare Borgia è ancora così attuale, emozionante, travolgente e persino biografato più di sua sorella, è perché Cesare Borgia ha voluto con tutte le sue forze, durante tutta la sua vita, essere Cesare Borgia.

Qual è il legame tra Cesare Borgia e il territorio modenese?

Ancora una volta Lucrezia. Lucrezia sposa del principe ereditario Alfonso d’Este e poi duchessa al suo fianco di Ferrara, Modena e Reggio è il trait d’union tra Cesare e la nostra terra. Sono documentati viaggi del Valentino proprio a Modena al seguito dei cognati Alfonso e Ippolito. Ma in quanto signore di uno stato confinante, il Ducato di Romagna, e soprattutto in quanto fratello della duchessa Cesare fu costantemente monitorato a Roma dagli oratori estensi, che riferivano al duca Ercole I, il suocero di Lucrezia, ogni mossa di quel parente acquisito così potente e così scomodo.

Qual è il legame tra Cesare Borgia e gli Estensi?

Credo che il momento culminante del rapporto tra Cesare e gli Este sia stato nel dicembre del 1503 quando, ormai prigioniero in Vaticano del nemico dichiarato dei Borgia, il pontefice Giulio II Della Rovere, il Valentino ebbe l’idea di proporre per sé un trasferimento a Ferrara sotto la tutela estense, arrivando persino a dichiarare che avrebbe sopportato di essere tenuto nel fondo di una torre pur di essere ostaggio dei duchi suoi congiunti. Ovviamente Cesare sapeva bene che Lucrezia non avrebbe mai permesso che fosse tenuto in una simile condizione e la sua proposta fu talmente spiazzante che a Ferrara, in effetti, ci si ragionò sopra. Ercole I inviò a Roma un suo oratore di massima fiducia, Giovan Luca Pozzi, perché valutasse la possibilità di una soluzione di tal fatta e per un momento, data anche la disponibilità del papa, sembrò che davvero Cesare potesse partire alla volta dell’elegante capitale in cui regnava sua sorella. Poi però ebbe il sopravvento la lucida capacità ragionativa del duca Ercole, il quale si rese conto che di maschi rissosi in casa ne aveva già diversi, se non troppi, ed erano i suoi figli. E così Cesare rimase a Roma, disponendo tuttavia che alla volta di Ferrara partissero almeno numerose casse cariche dei suoi beni più preziosi. Il cardinale Ippolito d’Este si prestò a farle viaggiare sotto il proprio nome, ma Giulio II fece intercettare i carri e si appropriò, con il solito artiglio rapace, delle raffinate ricchezze del Valentino.

Sono molte le storie che raccontano la vita dissoluta e violenta di Cesare Borgia, quanto c’è di vero?

C’è molto di vero. Cesare Borgia era tanto magnetico, piacevole, conviviale, simpatico, salottiero e galante quanto spietato, cupo, crudele, misterioso, segreto, inaffidabile, sfuggente, astuto e ferocemente pragmatico. Un personaggio caleidoscopico e inafferrabile, con una fama di uomo lussurioso che contribuiva senza dubbio a tenere alta anche la leggenda del suo fascino. Fu sicuramente bello e molto apprezzato dalle donne, sebbene periodicamente devastato in viso e sulle mani dalle pustole della sifilide, meglio nota come “mal francese”. Dal canto suo ne amò davvero soltanto due, la madre Vannozza Cattanei e la sorella Lucrezia. Però era incline a infatuarsi spesso e ovviamente con aspettative assai poco platoniche, come del resto la maggior parte degli uomini del suo tempo e della sua condizione. Quando fu accusato del rapimento di Dorotea Malatesti, una fanciulla della corte di Elisabetta Gonzaga di Montefeltro, replicò dicendo che le donne non aveva bisogno di rapirle per averle. E nessuno infatti osò smentirlo.

Che Cesare Borgia hai scoperto grazie al tuo studio?

Diciamo che ho trovato soprattutto conferme, e soprattutto nelle relazioni degli oratori estensi presso il Vaticano, in particolare nei carteggi puntuali e calligrafici di Beltrando Costabili, una fonte inesauribile di notizie e di dettagli. Dalle carte di colui che lo osservava quotidianamente e da vicino su incarico di Ercole I d’Este esce, in effetti, un Cesare Borgia assolutamente autentico nel suo essere poliedrico e paradossale, ora ambiguo e vago, ora chiarissimo e folgorante. Un aspetto della vicenda della sua prigionia romana, però, mi ha sorpreso e colpito: Cesare Borgia fu sempre profondamente rispettato anche quando la fortuna gli aveva ormai voltato le spalle e i suoi domini cadevano come i castelli di carte che, di fatto, erano sempre stati. Anche nei giorni peggiori non gli venne tolto nulla, non gli venne torto un capello, fu sempre chiamato “duca”, si continuò ad avere considerazione di lui e rispetto per il suo passato, la sua famiglia, il suo prestigio militare e la sua notevolissima intelligenza bellica. Avere a che fare con lui non era affatto facile. Niccolò Machiavelli uscì fiaccato e stanco dalla legazione diplomatica in Romagna. E tuttavia la capacità di seduzione del Valentino era sempre infallibile, al punto che si usava una sorta di «cautela delicata verso tutto ciò che Cesare era stato, malgrado il caratteraccio, la faccia da schiaffi, la violenza troppe volte a buon mercato, il furore sempre caldo sotto la pelle, l’alterigia beffarda, la simulazione pronta e quel fremito di paura che fu in grado di suscitare fino all’ultimo dei suoi giorni». O magari soprattutto per quello…

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