"Spese pazze", Enrico Aimi assolto ma censurato: "Sapeva di firme false"

L'ex consigliere regionale, oggi senatore di Forza Italia, è stato scagionato, ma i giudici hanno sottolineato come non poteva non essere a conoscenza dell'operato illecito del suo braccio destro Mauro Sighinolfi, che compilava per lui le richieste di rimborso fasulle

Nel processo di primo grado per peculato relativo i rimborsi chiesti durante l'ottava e la nona legislatura del Consiglio regionale dell'Emilia-Romagna, tra il 2009 e il 2011, è uscito assolto, così come gli altri ex consiglieri Galeazzo Bignami, Gianni Varani e Gioenzo Renzi. Tuttavia, nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso dicembre, i giudici del Tribunale di Bologna muovono alcuni pesanti appunti ad Enrico Aimi, ora senatore di Forza Italia. Nell'atto, infatti, i magistrati si soffermano -prima di passare al setaccio le singole contestazioni nei confronti dei 12 esponenti di centrodestra finiti a processo- sulla vicenda riguardante "l'emissione di alcune fatture rinvenute nella contabilità del gruppo assembleare e per le quali vennero erogati i rimborsi". 

Fatture per un totale di 39.432,80 euro "apparentemente emesse da imprese, ma risultate completamente false", e utilizzate per "giustificare richieste di rimborso in alcuni casi imputate ad Aimi e avallate da Bartolini (allora capogruppo di An in viale Aldo Moro e condannato, in questo processo, a due anni e due mesi, ndr) e in altri al gruppo assembleare". 

Il protagonista della vicenda è Mauro Sighinolfi, già vicepresidente del Consiglio provinciale di Modena e all'epoca collaboratore di Aimi in Regione, nonchè condannato nel 2016 per indebita percezione di erogazioni di contributi per il suo ruolo di consigliere provinciale. Deponendo nel processo come testimone assistito Sighinolfi "ha reso dichiarazioni auto-accusatorie, assumendo di aver distratto fraudolentemente cospicue somme di denaro simulando spese inesistenti ed incassando le somme corrispondenti", e dicendo di averlo potuto fare perchè godeva della piena fiducia di Aimi.

Tra l'altro, Sighinolfi ha affermato di aver "compilato e firmato i moduli di rimborso spese a nome di Aimi nelle due legislature", falsificando quindi la firma del consigliere. Una circostanza di cui, ha spiegato, "Aimi doveva essere a conoscenza, pur non avendoglielo mai detto esplicitamente, in quanto era consapevole che, per ottenere i rimborsi, avrebbe dovuto firmare periodicamente le relative richieste". 

Infine, Sighinolfi ha detto che il consigliere "era venuto a conoscenza del suo operare illecito nel passaggio tra l'ottava e la nona legislatura, e pertanto gli aveva revocato le deleghe ad operare sui suoi conti", pur "mantenendolo nell'incarico di addetto alla sua segreteria e non denunciandolo". 

Dunque, anche se non è dimostrato "un accordo criminoso per distrarre illecitamente denaro pubblico" tra Sighinolfi e Aimi (sul conto corrente del quale non risultano, infatti, versamenti ingiustificati), per i giudici "la condotta tenuta dal consigliere non puo' andare esente da censure". Questo perchè, se Aimi "era consapevole del fatto che Sighinolfi falsificasse la sua firma nelle richieste di rimborso e che, sostanzialmente, aveva lasciato correre", ha dimostrato "negligenza e trascuratezza nel controllo della gestione del pubblico denaro, e il suo comportamente puo' quindi essere foriero di responsabilità contabile". Ma soprattutto, se il consigliere, come ha detto Sighinolfi, "era venuto a conoscenza del suo operare illecito", avrebbe dovuto denunciarlo, in quanto pubblico ufficiale. Tuttavia, precisano i giudici, ad Aimi non si puo' contestare l'omessa denuncia, in quanto il reato sarebbe comunque già prescritto.

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