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Venerdì, 27 Maggio 2022
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Le comunità di Viale Gramsci raccontate nelle fotografie di Marcello Coslovi

Il progetto fotografico del modenese Marcello Coslovi si chiama "The wrong side of the tracks" e racconta per immagini e metafore evocative le geografie e l'impermeabilità delle comunità straniere segregate in viale Gramsci

Un progetto che nasce da un'urgenza, dalla necessità di indagare su una situazione, su una realtà di Modena legata ad una fama di violenza e prostituzione. Un luogo sospeso, isolato, stigmatizzato. Un luogo che negli Stati Uniti chiamerebbero The wrong side of the tracks, letteralmente "il lato sbagliato della ferrovia", per indicare il quartiere povero di una città, spesso abitato da "gli invisibili", membri di comunità di origine prevalentemente straniera. Nel 2020 Marcello Coslovi - giovane fotografo modenese - ha deciso di oltrepassare la ferrovia e scavalcare quel muro invisibile che circonda viale Gramsci e che separa i suoi residenti dal resto della città. Un quartiere paragonabile ad una perenne sala d'attesa di cui voleva conoscere le storie, le geografie e le quotidianità dei suoi abitanti. Attraverso le sue fotografie - scattate ed elaborate in collaborazione con i residenti del luogo - Marcello ci indirizza lo sguardo verso una realtà trascurata di Modena con l'intento di stimolare riflessioni e sollevare domande.

Questo è "The wrong side of the tracks", un progetto in fase di sviluppo concepito da Marcello Coslovi durante il percorso di studi presso Studio Labò, vincitore nella categoria "Miglior Portfolio assoluto" a Fotografia Europea 2021, finalista di diversi premi internazionali e attualmente esposto per Fotografia Europea 2022 presso i Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia.

"Sono partito da questa espressione, The wrong side of the tracks, per generare una riflessione sulla mia città, Modena, dove la ferrovia come una sorta di confine segna le due parti della città. Mi sono poi concentrato su Viale Gramsci dove abitano molte persone straniere, in particolare ghanesi. Da un punto di vista concettuale mi sono avvicinato alla comunità per un discorso di giustizia sociale; essendo laureato in giurisprudenza mi sono sempre interessato a questioni di questo genere, ho viaggiato molto, anche negli Stati Uniti meridionali ripercorrendo le tappe principali della vita di Martin Luther King, mentre da un punto di vista fotografico il mio riferimento principale è 'Imperial Courts' di Dana Lixenberg, fotografa olandese che ha portato avanti per 20 anni un lavoro su un quartiere afroamericano degli Stati Uniti. L'approccio è entrare in contatto, in empatia con la comunità, capire da loro quello che provano e fare un lavoro frutto di collaborazione e intimità"

Grazie al fortunato incontro con una residente del luogo, di professione avvocata e ben inserita all'interno della comunità ghanese, Marcello si addentra in un quartiere che scoprirà essere governato da precise ed impermeabili geografie. Conosce ragazzi, uomini e donne residenti nella zona e si scontra con le esperienze e i sentimenti che questi gli raccontano, delle difficoltà, degli stereotipi, della lotta per uscire da una continua condizione di disagio ed isolamento sociale. Frequenta l'African Market, una delle chiese del quartiere, il campo da basket e un piccolo appartamento che ospita un numero di inquilini nettamente superiore al dovuto. E' lì ogni giorno, a volte di mattina, di pomeriggio o di sera. Per due anni instaura e consolida rapporti di amicizia: a volte va con l'intento di fotografare, ascoltando idee e proposte dei ragazzi stessi, mentre altre va semplicemente per scambiare due chiacchiere e stare insieme.

Non vuole documentare la vita di questi ragazzi, della comunità. Attraverso le sue fotografie Marcello vuole veicolare determinate immagini, evocare metafore per rappresentare la condizione di queste persone, una condizione che parte da una comunità specifica ma che fuoriesce da qualsiasi confine poichè universale.

Untitled “The wrong side of the tracks” #01-2

"Questo è un ritratto non canonico. L'intenzione è quella di creare un immaginario diverso sul tema e ciò richiede uno sforzo maggiore da parte dello spettatore: questi non deve confrontarsi su chi sia la persona, su come sia vestito, etc. ma focalizzare l'attenzione verso il simbolico che c'è dietro. In questa foto, ad esempio, si percepisce la tensione del ragazzo nel cercare di rimuovere gli occhiali appannati. C'è la spinta di superare una condizione di difficoltà, di impossibilità di vedere qualcosa davanti e, a livello metaforico, di vedere un futuro. Eppure c'è da parte sua il tentativo di superare questa condizione"

Untitled “The wrong side of the tracks” #03-2

"Anche in questa foto c'è l'idea di qualcuno che tenta di uscire da una condizione rappresentata da uno stendino che cerca di aprire. Lui è in una posizione molto scomoda, c'è tensione, il tentativo di uscire dalla condizione in cui si trova"

Untitled “The wrong side of the tracks” #04-2

"Questo è un dettaglio di esterno che va a creare un contesto. Rappresentato in foto sarebbe un masso all'interno di una pozzanghera nel parco XXII Aprile. A livello metaforico rappresenta l'isola in cui queste comunità sono segregate"

Isolamento, precarietà e sospensione. Queste le parole frutto di una riflessione da parte del fotografo modenese maturata in due anni di condivisione, amicizia e confronto con alcuni residenti di Viale Gramsci.

"Precarietà perchè si ha l'impressione che vivano in costante e quotidiana precarietà, sempre in attesa di ricevere i documenti. E in questa attesa sono come sospesi, non hanno margine di fare qualcosa a Modena, di integrarsi. Isolamento per via dell'impermeabilità tra i gruppi che abitano il quartiere. Molti di loro fanno fatica ad avere semplicemente uno scambio di comunicazione verbale con persone del luogo. L'africano è spesso visto come stereotipo e questo accresce la distanza tra queste persone e gli altri. Il semplice fatto di essere in Viale Gramsci ed essere nero - mi ha riferito un ragazzo del quartiere - viene subito associato al fatto di essere spacciatore. Non vedi la persona, non vedi com'è. C'è questo muro invisibile che divide le varie comunità. Sospensione, infine, perchè essendo una zona a pochi passi dalla stazione, assomiglia ad una sala d'attesa, come se questi ragazzi fossero in attesa di partire per un nuovo viaggio verso la sognata Inghilterra. Come se fossero a Modena come di passaggio, per un periodo che può rivelarsi molto lungo, in attesa di avere possibilità".

Untitled “The wrong side of the tracks” #02-2

"Questa foto mostra un coltellino giocattolo e sta metaforicamente a significare che vogliono lottare ma che i loro mezzi non sono idonei. Vi è poi un discorso legato allo spacciatore e alla violenza... che è violenza finta".

Marcello, qual è l'intento della tua fotografia?

"Secondo James Baldwin l'artista non può dare nulla per scontato, deve arrivare al cuore delle risposte per esplicitare quelle che sono le domande che si celano dietro a queste risposte. Io sono d'accordo, vado ad indagare qualcosa che non è cosi palese, indagare per sollevare delle questioni. Per confrontarmi con gli altri ma anche con me stesso poichè tutti siamo cresciuti con determinati pregiudizi. E' una questione importante. Come riferimento mi ispiro anche a Yasujiro Ozu, regista giapponese del '900 che privilegiava la forma del sussurro più che del grido, prediligendo l'implicito all'esplicito. Le mie fotografie non hanno la pretesa di descrivere ma di rievocare, di alludere a qualcosa che va a toccarti gentilmente, e non a gridare le cose. Non drammatizzare ma far riflettere e pensare. Per me la fotografia è un ponte per fare parte o entrare in contatto con gruppi o comunità di cui non faccio parte, un medium per superare il muro invisibile che ci separa".

Ritratto_Marcello_Coslovi_Courtesy_Alex_Tabellini-2

(In foto Marcello Coslovi, fotografo modenese)

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