Castelfranco, l'ufficio del Garante dei Detenuti visita la casa lavoro

Sempre più critica la situazione degli internati: l'assenza di rapporti familiari e lavorativi annulla ogni probabilità di reinserimento nella società

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ModenaToday

L'assenza di una rete di rapporti all’esterno crea un “circolo vizioso” che costringe i giudici a prorogare l’internamento anche a fronte di regolare condotta: è questa la situazione che si è presentata all’Ufficio del Garante regionale per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, che ha effettuato una visita alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, per effettuare colloqui con gli internati. Alla data del 16 luglio, risultavano in carico alla struttura 97 internati, di cui 79 presenti, 4 in licenza e 14 in licenza finale di esperimento: nel complesso sono 25 i senza fissa dimora, con 32 proroghe di misure di sicurezza dall’inizio del 2013. Si assottiglia il numero dei detenuti  (5, di cui uno in permesso) con problemi di tossicodipendenza in custodia attenuata.

Gli internati, in esecuzione della misura di sicurezza della casa-lavoro in forza di un giudizio di pericolosità sociale operato dalla magistratura di sorveglianza, al fine del reinserimento nella società necessiterebbero di progettazione con il lavoro che dovrebbe stare al centro del percorso trattamentale. Lavoro che all’interno, alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, scarseggia e comunque non è sufficiente per chi è in condizioni di lavorare e lo richiede con forza. E all’esterno senza lavoro non restano praticamente possibilità di fornire alla magistratura di sorveglianza elementi idonei per esprimere un giudizio di cessata pericolosità sociale, provvedendo conseguentemente alla revoca della misura di sicurezza. E talvolta succede anche che intervengano trasferimenti in altre sedi penitenziarie, a centinaia e centinaia di chilometri di distanza, vanificando di fatto programmi già avviati per la riabilitazione dell’internato. Perché moltissimi degli internati della struttura non hanno una rete di rapporti familiari e sociali, né tantomeno risorse autonome che possano favorire la “fuoriuscita” dalla misura di sicurezza. In questo contesto, anche a fronte di una regolare condotta serbata durante il periodo di internamento, la misura verrà prorogata, in un kafkiano circolo vizioso.

La considerazione, quindi, tanto realistica quanto amara è che gran parte di questi internati presenta le caratteristiche della cosiddetta detenzione sociale, si tratti di poveri, emarginati, alcool o tossicodipendenti, portatori di disagio psichico: moltissimi di loro sono cresciuti in una subcultura criminale ed hanno avuto accesso al circuito penitenziario anche perché svantaggiati nell’accesso alla disponibilità di risorse sociali e lavorative. Così gli internamenti divengono la risultante  di condizioni di fortissimo disagio sociale. E senza progettualità riabilitative adeguate da mettere in campo non potranno che esserci proroghe ricorrenti della misura di sicurezza: se il carcere è “l’ultima stanza della società”, la casa di lavoro di Castelfranco Emilia è la parte finale, dimenticata, di quella stessa stanza.

Il convinto intendimento dell’Ufficio del Garante è quello di mantenere alta l’attenzione sulla vicenda degli internati, auspicando, da un lato, riforme legislative che prevedano l’abolizione delle case-lavoro (progetti in tal senso sono già stati presentati nelle scorse legislature), nella considerazione che sia venuto meno il senso della loro presenza nel nostro ordinamento giuridico, e, dall’altro, nell’immediato, l’avvio di attività lavorative all’interno della struttura anche con il coinvolgimento della società esterna. Come già segnalato in una nota al Dap, sarebbe opportuno anche iniziare a valutare l’opportunità di “territorializzare” le misure di sicurezza detentive, agevolando il rientro e l’avvicinamento ai luoghi di residenza o di frequentazione abituale, così da consentire la presa in carico da parte dei servizi.

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