A Modena arriva il cardinale Burke: l'ultraconservatore americano

Domenica, durante la sagra della parrocchia dello Spirito Santo officierà messa in latino. Don Giorgio Bellei: "Niente di strano, è solo un ospite illustre"

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Domenica durante tutto il giorno, la parrocchia modenese dello Spirito Santo festeggerà la sua ‘sagra’. Fin qui niente di strano. Ma c’è un particolare: per l’occasione il parroco Don Giorgio Bellei (già agli onori delle cronache per aver fatto inserire nelle splendide vetrate della chiesa anche il proprio ritratto) ha invitato a celebrare messa – con rito in uso prima del Concilio Vaticano II, in latino – uno dei cardinali più discussi della Chiesa Cattolica, l’americano Raymond Leo Burke, considerato da molti un ‘ultraconservatore’ famoso nel mondo per le sue posizioni decisamente conservatrici su omosessualità, matrimonio, aborto, divorzio e quant’altro.

Don Giorgio, perché invitare un personaggio così controverso?

«Il card. Burke è prima di tutto uno dei più importanti collaboratori di papa Benedetto XVI, chiamato a Roma, dopo essere diventato arcivescovo di Sant Louis in Missouri, come capo del Supremo tribunale della segnatura apostolica, massimo organo legislativo della Città del Vaticano. Ma non solo. È anche all’interno della Congregazione per le Cause dei Santi e del culto divino e nella Pontificia commissione del testi legislativi. Abbiamo chiamato questo personaggio quasi per caso, vi assicuro. Avevamo chiesto la partecipazione di un altro cardinale che però non è potuto venire. Ci hanno segnalato quindi che i porporati statunitensi se invitati solitamente accettano e quindi ci siamo mossi».

Però resta il fatto che in tanti lo accusano di essere ‘reazionario’.

«Se reazionario vuol dire fedeltà alla tradizione, allora sono io il più reazionario dei reazionari. Bisogna avere chiaro che il 'mitico' Concilio Vaticano II è il 21° della Chiesa, in fila dopo gli altri. E dato che la Chiesa è un’istituzione che, per sua natura, è in continuo collegamento con se stessa, bisogna leggere tale momento all’interno della cosiddetta ‘ermeneutica della continuità’. Ossia dentro la tradizione. La Chiesa, per grazia di Dio, non comincia nel 1962. Anche se questo poteva essere il sogno di qualcuno».

E il ritorno del latino nella liturgia, cosa rappresenta?

«E’ il fatto più secondario che ci sia. Quello che la gente non sa, perché nessuno glielo dice, è che il ‘vecchio’ rito (pontificale) non è incentrato tanto sul latino quanto sul fatto che il sacerdote è un ‘alter Christus’. Oppure sul fatto che la liturgia sia partecipazione soprattutto nel contemplare, non solo nel ballare e cantare. Soggetto di celebrazione del rito antico è Cristo, insieme al suo corpo che è la Chiesa. Non un popolo che si trova riunito in assemblea ed ‘inventa’ la liturgia. Anche il nuovo rito, se fosse scrupolosamente rispettato, non sarebbe così, ma il rischio che diventi tale c’è. I tanti abusi liturgici lo dimostrano».

Quindi niente di straordinario, solo un ospite illustre?

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«Certamente, e dato il suo ‘peso’ non credo che qualcuno possa sollevare obiezioni. La messa in latino celebrata durante la nostra festa patronale non è tutta la sagra. E poi è dal 14 settembre 2007 che una volta alla settimana, di domenica alle 18, nella nostra chiesa celebriamo messa con rito in latino. Non si impone nulla, viene proposto. Le messe in italiano sono sempre la maggior parte. Ma il latino resta pur sempre la lingua cattolica ‘globale’».

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