Appalti alle coop e caporalato. Come funziona il "sistema" del caso Castelfrigo

La Cgil illustra il caso emblematico dell'aziend al centro di un'aspra vertenza, dimostrando il meccanismo che consente di abbattere il costo del lavoro. Senza che nessuno muova un dito da anni

Il settore della lavorazione delle carni sta vivendo una stagione di dure lotte sindacali, volte soprattutto a "smascherare" un sistema che vive sulla soglia della legalità, sfruttando abilmente le intercapedini normative con l'unico scopo di abbassare drasticamente il costo del lavoro. E' questo, infatti, il fine ultimo degli appalti alle cooperative che forniscono lavoratori, che sempre più aziende hanno perseguito in questi ultimi anni.

Di fronte ad una preoccupante inerzia dello Stato nell'intervenire su questa situazione che svilisce il lavoro, la Cgil regionale ha voluto spiegare con dovizia di particolari come funzionano le cose, partendo da un caso emblematico: la ditta Castelfrigo.

"Castelfrigo, dei fratelli Ciriesi, assegnava in appalto parte della lavorazione carni al Consorzio Job Service con Presidente Tramontano Antonio, in realtà messo in piedi dai Melone (fratello e sorella); il Consorzio affidava la lavorazione alle Cooperative Ilia d.a. e Work Service con Presidenti Avdiu Denis e Hyra Rustem, che si avvalevano di Ilia Miltjan (detto il “codino”, con precedenti per traffico di droga) per la gestione dei lavoratori che operano in appalto", spiega il sindacato in una nota di Antonio Mattioli, Responsabile politiche contrattuali della Cgil Emilia Romagna.

"Il costo medio orario di lavoro in Castelfrigo è di 27 euro all'ora, nelle cooperative varia dai 13,5 ai 15,5 euro all'ora attraverso: il mancato rispetto del contratto nazionale di lavoro, che dopo la vertenza del 2016 viene applicato solo a settembre 2017; le giornate di lavoro di 12/14 ore, con parte della retribuzione composta da rimborsi e trasferte per eludere l'imponibile Inps e Irpef, anche con il doppio bonifico (busta paga – ore lavorate in nero). Come è avvenuto in passato, al momento dell'applicazione del contratto nazionale, o quando sono in corso accertamenti degli organismi deputati, le cooperative cessano l'attività per poi riaprire con altri prestanome. Tutto ciò sta ancora per accadere con la comunicazione della cessazione dell'attività delle due cooperative sopramenzionate e il conseguente licenziamento dei 128 lavoratori: magari promettendone la riassunzione di una parte con la costituzione di una nuova cooperativa creata ad hoc".

"A tutto ciò si aggiunge “l'operazione IVA”: il committente scarica il 22% d'Iva attraverso il pagamento di fatture per gli appalti di opere e servizi al Consorzio, il Consorzio scarica sulle cooperative la stessa IVA, la cooperativa che dovrebbe versare l'IVA allo Stato dopo uno o due anni chiude senza versarla - aggiunge Mattioli - Oltre a questo non vengono versati i contributi previdenziali, l'Irap e l'Irpef".

"Questo è un sistema devastante, che rende i lavoratori schiavi, che mette gli uni contro gli altri, che mette in crisi chi opera legalmente sul mercato, che rischia anche di pregiudicare la qualità delle produzioni: è un sistema che va debellato - commenta infine la Cgil - Lo stiamo denunciando da anni, inascoltati e spesso derisi: è giunto il momento che ognuno faccia la propria parte e faccia saltare il muro di omertà e connivenze".

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