L'intervista | Cecilia Baraldi racconta l'amore attraverso "La forma delle mani"

La giovane modense al suo esordio come scrittrice: "È stata una grande emozione, questa pubblicazione non ha fatto altro che ispirarmi"

Cecilia Baraldi, classe 1995, si avvicina al mondo della poesia già al termine del suo percorso liceale e, una volta intrapresi gli studi universitari in lettere presso l’università di Bologna, aderisce con entusiasmo, nel 2017, al collettivo poetico cittadino dei Modena City Rimers. Nel corso dello scorso anno partecipa al prestigioso Poesia Festival, organizzato proprio nel modenese, e ad altri eventi poetici di rilievo. Il 30 gennaio 2019 esordisce come scrittrice indipendente, presentando ufficialmente il suo primo libro, La forma delle mani, una raccolta di poesie che ha portato a compimento un lungo lavoro pluriennale.

Cecilia, lo scorso 30 gennaio hai presentato il tuo primo libro La forma delle mani. Che emozione è stata?

«Innanzitutto possiamo dire che già il libro in sé sia fatto di emozione; la poesia in fondo non è altro. Però vedere tutte quelle persone lì per me, la neve che cadeva fittissima fuori dalle finestre dietro di loro, leggere quello che ho scritto nei miei momenti più intimi e ispirati, credo non si possa spiegare, ma posso dire che ce n’è stata tanta. Inoltre, avevo già iniziato la presentazione quando ho visto entrare dalla porta tre ragazze; appena la prima si è tolta il cappuccio dalla testa ho capito che erano le mie amiche e compagne di viaggio dell’Australia che mi avevano fatto una sorpresa arrivando dalle loro città sparse per l’Italia, lì mi si è proprio rotta la voce nel microfono per un momento.»

Come è nata questa idea?

«In realtà la prima stesura del libro è stata casuale: stavo cercando un motivo per posticipare lo studio pomeridiano, quando mi è venuta la brillante idea di radunare in un unico file del computer tutto ciò che negli ultimi anni ho scritto un po’ dovunque dalle note sul telefono a quelle del PC, passando in rassegna anche agende e taccuini. Man mano che facevo questo lavoretto, mi sono resa conto che stava prendendo forma da sé un vero e proprio libro: le poesie che stavo trovando e trascrivendo erano molte di più di quante mi aspettassi in un primo momento. A quel punto era fatta, avevo tra le mani una raccolta piuttosto consistente di versi che oggi è diventata questo libro.»

Hai scelto un titolo che incuriosisce, cosa rappresentano per te le mani?

«Era da un po’ che pensavo al fatto che le mani sono degli strumenti fantastici: hanno una forma molto particolare ed è uno dei primi tratti distintivi tra noi e tutti gli altri esseri viventi. Sono fondamentali per tantissime cose della nostra vita quotidiana e non ci avevo mai pensato veramente prima di qualche mese fa. Se penso a cosa sono le mani per un orefice, per un musicista, per un bambino che scopre le cose, per mia nonna quando impasta: sono gli occhi da vicino, sulle cose. Quindi mi sono immaginata cosa siano le mani quando se le tengono gli innamorati che vanno a spasso e hanno gli occhi necessariamente su altre cose, se non vogliono andare a sbattere contro pali e persone. È un pensiero che mi ha emozionato molto: le mani sono fatte per guardare a millimetro zero, quando gli occhi non riescono. Riguardo alla loro forma, che per natura è prensile, ho sempre pensato ai nodi, quelli fatti bene che difficilmente si sciolgono. Sono frastagliate, tipo pezzi di puzzle, fatte per legarsi, intrecciarsi, annodarsi…ma invece ecco che prese singolarmente sono come pettini. È un controsenso lo so, ci ho pensato tanto. In fondo però cosa c’è di più affascinante di questo contrasto? Ci fornisce una scelta da fare. Legarci o pettinare.»

Chi ha letto le tue poesie si sarà sicuramente accorto del filo rosso che unisce e lega i tuoi testi e del telos a cui tendono: il bene.

«Sono poesie perlopiù d’amore, di un amore perso nella maggior parte dei casi, ma non sconfitto. Io credo che sia sempre una vittoria amare, che poi funzioni oppure no. Chi ama in maniera trasparente vince sempre, anche se può darsi che un domani si ritrovi ad essere parte “lesa”. Nel libro parlo del bene come qualcosa che resta, ma senza arrestarsi, piuttosto ci insegna dove mettere i piedi, per farci tornare a camminare: amare fa bene a prescindere, soprattutto quando l’amore viene a mancare. Dunque, è ovvia la conclusione che ne traggo, cioè che il bene avanza sempre. Avanza nel senso che resta con noi, ma allo stesso non si ferma: va avanti e ci porta con sé.»

Tra le pagine di questa tua raccolta di poesie sono emerse tematiche che parlano di te ma anche del mondo giovanile. Ce n’è una di cui vuoi parlarci in particolare?

«Penso che in fatto di sentimenti siamo tutti accomunati, tutti i giovani ma non solo. Chiunque legga quello che scrivo può trovare una propria esperienza in cui ha provato le cose che io descrivo. La tematica che però mi sta più a cuore tra quelle affrontate nel libro è quella della fatalità, argomento forse più caratteristico dell’età giovanile, quando ci si vuole e si tenta di spiegare certi “perché” anche molto difficili. Difficilmente un adulto ha ancora il tempo e la voglia di stare ad interrogarsi filosoficamente su chi siamo e da dove veniamo, probabilmente ha già trovato le risposte che gli servivano. Forse quella del dubbio sul cosiddetto destino è la tematica giovanile più tangibile. Chi sarei se non fossi qui? E dove sarebbero le persone a cui sono più legata?»

Oltre alla pubblicazione del tuo libro, nel corso del 2018 hai partecipato al Poesia Festival. Che esperienza è stata?

«Nei giorni precedenti e sul momento stesso non mi rendevo conto di che importanza e notorietà avesse quel palco, non ci pensavo troppo, probabilmente per tenere a bada l’ansia. Ho vissuto il Poesia Festival con ancora l’estate addosso, il Festival della Filosofia appena passato, con l’euforia di quei giorni leggeri e il sole perenne. Giorni ispiranti, insomma. Ne ho un ricordo felice: stranamente ero molto più rilassata rispetto ad altre occasioni in cui mi sono trovata a leggere davanti ad un pubblico, magari anche molto meno interessato. Ho riso un sacco quella sera ed è andato tutto molto bene. C’era dell’entusiasmo nell’aria, da parte di tutti, ed è bello quando accade.»

Guardando invece al futuro, quali progetti hai in mente? Magari una seconda edizione di La forma delle mani?

«In cantiere c’è sicuramente una seconda edizione: l’idea iniziale era quella di fare una mini-illustrazione per ogni poesia, ma siccome sarebbe stato un lavoro molto lungo e da sola non ce l’avrei mai fatta, viste le mie scarse doti pittoriche, ho deciso di fare uscire una prima edizione “classica”, nel frattempo le amiche a cui ho chiesto la collaborazione ci lavorano su. Quando avremo tutto, faremo uscire un’edizione “deluxe”. Per quanto riguarda, invece, eventuali nuove poesie, posso solo dire che questa pubblicazione non ha fatto altro che ispirarmi…»

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