L'opinione | Riaprire le aziende in sicurezza: al countdown di una bomba sociale

E' più importante la salute o più importante l'economia? In questo dibattito dialogico si è offuscati da una verità innegabile: nei prossimi tre anni ad aumentare saranno disoccupazione e povertà, e quindi rischio criminalità

La domanda che passa nella mente di molti in questo periodo è proprio quella più divisiva, tra chi chiede più restrizioni e chi invece vorrebbe una graduale riapertura delle aziende e delle attività lavorative seguendo norme di sicurezza, perché no, più rigide. Se per alcuni appare questa dicotomia come la guerra tra l'economia e la salute, tale paragone è evidentemente distante dalla realtà, in quanto le due cose sono così collegate che all'azione di una a subire i primi e importanti effetti è proprio la seconda.

I dati parlano chiaro, se le attività commerciali e le aziende dovessero riaprire a maggio l'Italia arriverebbe a perdere il 6% del PIL (dati Confindustria). Ma il problema non è tanto nel brevissimo termine, quanto nel breve e medio termine. Mi spiego meglio: il problema non sussiste sulle fatture che mancheranno nel mese di Aprile, ma alle condizioni in cui dovranno riprendere le attività qualora il Governo Conte darà il via alla riapertura.

Aziende dovranno decidere se pagare dipendenti, banche o fornitori

Infatti, attualmente le grandi imprese soffrono in Italia di una capitalizzazione molto più bassa di altri Paesi europei (primo fra tutti la Germania), e la perdita di PIL equivale ad una perdita del fatturato. Pertanto in assenza di capitalizzazione, e sul fatto che la maggior parte del capitale aziendale è già stato destinato ad investimenti, ammortamenti o in generale congelato, quali aziende avranno a disposizione la liquidità per poter pagare quella parte di fatturato che perderanno? 

Ed è qui che il "Rigidismo Salutista" si scontra con la dura realtà: a pagare il prezzo della chiusura delle aziende non saranno i ricchi, ma la classi più deboli. Grandi aziende, ma anche le piccole e medie, dovranno decidere se destinare la propria liquidità, sempre ammesso che vi sia, o al pagamento dei debiti in essere con le banche, o al pagamento dei fornitori, o al pagamento dei dipendenti, o al pagamento delle tasse anticipate.

Se le tasse anticipate potrebbero essere rimodulato per legge, al contrario fornitori, banche e dipendenti esigono il proprio compenso e difficilmente le aziende avranno a disposizione adeguata liquidità per pagare tutti e tre questi debitori. L'incremento del tasso di disoccupazione potrà essere anche di 3 o 4 punti percentuali, tanto che sul Financial Times si prevede per il 7 Aprile una discussione dell'Eurogruppo su un finanziamento europeo di 100 miliardi di euro per contrastare questa inevitabile conseguenza.

Rischio bomba sociale: 17 milioni a rischio povertà già nel 2019, ora il colpo di grazia

Secondo il Rapporto Istat Sdgs (Sustainable Development Goals) del 2019 in Italia sono presenti più di 17 milioni di persone a rischio povertà ed esclusione sociale, e oltre 5 milioni in povertà assoluta. Stiamo parlando del 12% dei bambini italiani che vive in povertà o in condizioni simili alla povertà, e per essere chiari il termine povero non significa solo che non si è in grado di pagare le bollette, ma stiamo parlando della difficoltà a mangiare tutti i giorni. 

Ed è meglio fare attenzione sulla distribuzione geografica di questi poveri, perché è vero che nel sud vi è la maggioranza, ma è anche vero che al Nord tale povertà è cresciuta negli ultimi 13 anni del 6,9% e nel Centro Italia dell'11,2%. 

Ora pongo un quesito elementare: quali potrebbero mai essere le conseguenze per chi già vive in povertà - e ricordo nel 13% dei casi ha un lavoro - qualora il tasso di disoccupazione nel 2020 e nel 2021 dovesse aumentare di 3 o 4 punti percentuali? E ancora, quante altre persone, perdendo il posto di lavoro, entreranno in questo gruppo che già ora vive in condizioni di povertà relativa o assoluta?

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Cosa si può fare? Forse analizzare la possibiltà di riaprire tutte le aziende e le attività lavorative, istituendo regole molto più rigide per la sicurezza dei lavoratori, e obbligando soggetti anziani o fisicamente più sensibili al virus a rimanere a casa. Quale sarebbe il prezzo da pagare altrimenti?

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