Pd modenese in crisi di nervi dopo le elezioni politiche

Il timore di una "Parma 2" alle amministrative, il nodo dei congressi locali, le primarie "perfettibili", la questione renziana, i linguaggi e la mancanza di rispetto per chi la pensa diversamente. Cosa scuote i democratici modenesi

Manifestazione del Pd

È un Pd modenese in crisi di nervi quello che esce dalle elezioni politiche 2013. I dati (Provincia: 41% alla Camera, 39% al Senato; Comune: 44% e 42%) sono ben più alti rispetto alla media nazionale, ma all'ombra della Ghirlandina, per piazza Grande, hanno un solo risultato: ballottaggio alle comunali, evenienza mai verificatasi prima d'ora ora, ma altamente probabile con i vendoliani ridotti ai minimi termini.

Da qui al 2014, anno di amministrative, si apre un gioco quanto mai irto di pericoli: non c'è nessun Gerry Scotti a condurre "Chi vuol essere segretario" (Boschini si è dimesso da segretario cittadino, l'omologo provinciale Baruffi va in Parlamento), c'è solo l'impegno improbo delle assemblee locali di partorire una leadership autorevole in grado di arginare l'avanzata grillina, dato che nessuno vuole trasformare Modena in una Parma 2. Lunedì pomeriggio, nella sede provinciale di via Scaglia, si respirava mestizia non solo per il risultato nazionale, ma, forse, anche per come è stata partorita questa competizione elettorale modenese, ben prima delle primarie di fine dicembre portatrici di diversi peccati originali: la soglia di partecipazione troppo alta per consentire "l'iscrizione" al maggior numero di competitor possibili e la necessità di avere comunque un'organizzazione alle spalle per sostenere con profitto pochissimi giorni di campagna elettorale.

Una competizione elettorale partita, almeno a Modena, lo scorso settembre con l'intervento alla Festa Pd di Matteo Renzi, il cui "eccessivo successo" mandò in cortocircuito l'ortodossia dalemista e bersaniana tipica del modenese: il tutto è poi degenerato in un'inasprirsi dei linguaggi, con attacchi verbali che nei casi migliori si limitavano ad evidenziare il "berlusconismo" di Renzi e dei suoi supporter locali. L'arroganza, la spocchia e la presunzione di superiorità morale delle frange più fedeli alla linea, quasi con la consapevolezza di avere già vinto la partita, hanno avuto la meglio sull'elaborazione politica. Due esempi? Lunedì pomeriggio, durante lo spoglio, nei corridoi della sede provinciale Pd riecheggiavano le invettive a base di parole irripetibili lanciate contro gli elettori nei corridoi della sede Pd da parte di militanti e futuri parlamentari; allo stesso tempo, le esternazioni di simpatizzanti, militanti e consiglieri rilasciate sui social network additavano come "corrotti" o "mafiosi" chi ha votato qualcuno al di fuori della coalizione di centrosinistra. Ironica la cosa, perché di solito a tenere questo comportamento è sempre stato il "fascista" Grillo a cui, attualmente, un disperato Bersani sta cercando di fare la corte.

Proprio sui linguaggi e sul rispetto degli elettori si è soffermato oggi l'ormai ex segretario provinciale Pd Davide Baruffi che ha stigmatizzato chi, in queste ultime ore, ha riversato parole di fuoco su chi ha sostenuto gli avversari dei democratici: "Finisce male chi in politica se la prende con gli elettori - ha osservato - Il voto dei cittadini va rispettato e assunto politicamente". Concetto analogo a quanto espresso ieri dal renziano Matteo Richetti: "Chi pensa abbiano sbagliato elettori a casa. Dentro chi pensa abbiamo sbagliato noi", ha scritto su Twitter. In merito alla rabbia dei cittadini, per Baruffi è quanto mai necessario "organizzare una risposta a questo voto: il progetto di moralità e lavoro portato avanti dal Pd non è stato recepito ed è un dato di fatto, voglio misurarmi con l'espressione dei cittadini carica di rabbia". Il segretario uscente vuole archiviare certe intemperanza lasciate sui social network: "Sono un errore politico e personale", ha concluso.

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