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Sabato, 22 Gennaio 2022
Cultura Carpi

Made in Carpi, l'epopea di un settore in cerca di un futuro

In un volume destinato a far discutere imprenditori e addetti del tessile abbigliamento, Werther Cigarini delinea l'evoluzione di un ramo produttivo chiamato ad un sostanziale rinnovamento generazionale

Tra le novità editoriali che in questo periodo hanno stuzzicato sin dalla loro recente uscita l'interesse da parte dei lettori, una fra tutte si pone al centro del dibattito non solo culturale. Parliamo di "Made in Carpi", volume edito da Artestampa e ampiamente dedicato all'epopea di un settore, quello del tessile abbigliamento, e di una città, Carpi, che di tale produzione ne è stata, e in parte ne è ancora, uno dei centri più importanti a livello nazionale. Autore dell'opera è Werther Cigarini, già sindaco di Carpi dal 1977 al 1986, giunto alla sua seconda esperienza di scrittore dopo quella di "CARPIGRAD,dal buon governo ai Kalinka Boys", storia politico-amministrativa del Comune di Carpi dal dopoguerra ai giorni nostri. Tema non del tutto estraneo anche in "Made in Carpi" capace di proporre un piacevole intreccio di analisi economiche e ricorsi anedottici, ponendo sempre però al suo centro la vita di chi della cosiddetta maglia è stato ed è protagonista. Di questo ed altro abbiamo discusso con l'autore più che mai determinato a dar corso ad un ampio dibattito tra gli operatori dell'importante comparto industriale.

Made in Carpi, Cigarini, inizia la propria narrazione con quella che è stata la prima risorsa economica della città e cioè la lavorazione del truciolo che per il tessile abbigliamento rappresenta un punto di riferimento storico molto importante.

Direi essenziale per comprendere perché la maglieria è nata e cresciuta qui fino a diventare in pochi anni un polo produttivo di livello nazionale. Facendo, infatti, tesoro della tradizione secolare del truciolo, delle competenze soprattutto femminili, il tessile abbigliamento ne ha riprodotto il modello manifatturiero di cui Giuseppe Menotti nell'ottocento e Alfredo Bertesi nel primo novecento sono stati fautori della sua trasformazione in senso più industriale e più internazionale.

Durante il ventennio la produzione del truciolo s'avviò verso la sua fase decadente e nel dopoguerra Carpi conobbe un profondo cambiamento con l'avvento della maglieria.

Prima del ventennio, la produzione e la commercializzazione dei cappelli in paglia raggiunse, in gran parte per merito di Bertesi, un alto grado di internazionalizzazione con l'apertura di appositi uffici a Londra, Parigi, New York. Tuttavia, in seguito, alla politica protezionistica del fascismo e alla successiva alleanza con la Germania nazista si chiusero le porte di accesso a molti mercati affossando in poco tempo un'attività fiorente che impegnava migliaia di lavoratori e lavoratrici sia nelle fabbriche che a domicilio. Un duro colpo per l'economia e per i lavoratori carpigiani, non compensato dall'insediamento della Magneti Marelli e della Manifattura Tabacchi.

Ogni settore è legato ai suoi pionieri. Chi furono quelli della maglieria carpigiana degli anni '50 e '60?

Diversi sono stati i protagonisti di quel periodo, ma se debbo indicare coloro che per primi hanno acceso la scintilla, direi Maria Nora e Renato Crotti. La prima, in origine ambulante, ebbe l'intuizione di produrre in proprio le maglie anziché comprarle dai grossisti. Figlio di una commerciante, Crotti comprese, invece, che quella attività, ancora nascente, avrebbe potuto diventare un nuovo ramo industriale a patto che fosse alimentato dalla sua materia prima. Cominciò così ad importare lana da Biella fondando poi lui stesso un'azienda per produrre filati: la Silan.

Negli anni '60 prese piede il lavoro a domicilio. Quanto influì questa forma di produzione sullo sviluppo industriale del comparto?

Il lavoro a domicilio, modello produttivo ereditato dal truciolo, è stata la vera chiave del successo dei magliai carpigiani grazie a un paio di fattori determinanti quali il non pagamento dei contributi e la remunerazione a cottimo con tanto di macchine a carico delle lavoranti. Vantaggi, questi, non indifferenti per gli imprenditori che potettero commercializzare i propri prodotti ad un prezzo del 30-40% inferiore a quello medio, riuscendo in tal modo a conquistare fette sempre più consistenti del mercato nazionale ed europeo sino alla fine degli anni sessanta, quando, l'ottica basata sullo sfruttamento cedette il passo alla prima grande trasformazione.

Di cui le donne furono l'autentico asse portante.

E', difatti, grazie al loro lavoro, alla loro abilità che la maglieria carpigiana poté ottenere un sorprendente successo. Alla fine degli anni sessanta, le addette a diverso titolo alla produzione erano circa 15000. Oltre ad esse, molte altre fungevano da imprenditrici, stiliste, creatrici di moda e sindacaliste, sempre pronte a battersi per acquisire giusti diritti e migliori condizioni professionali. Senza il loro contributo la storia di Carpi non sarebbe stata così ricca di risultati.

Negli anni '80 nacque l'idea del distretto tessile. Su cosa si basava? Quali erano i suoi presupposti?

A partire dal '70, il distretto emerse nella sua configurazione più compiuta, includendo tante imprese, ciascuna concentrata in un preciso segmento produttivo. Imprese madri che commercializzavano il prodotto finito, contoterzisti specializzati in una o due lavorazioni, tintorie, tessiture poi aziende per accessori: etichette, cartellini, serigrafie, litografie. Tutte in un piccolo territorio, integrate in un unico sistema che se avesse funzionato davvero come un vero sistema con l'obiettivo di produrre qualità, avrebbe potuto godere di un vantaggio competitivo enorme. Invece negli stessi anni molti scelsero il decentramento, la delocalizzazione all'estero, la ricerca del prezzo più basso a scapito della qualità. Fu l'inizio del declino.

Cosa resta oggi del settore? Qual è la sua configurazione attuale?

Parlare, di questi tempi, del settore tessile carpigiano non è facile. Di ciò che è stato in passato, è rimasto circa un terzo di imprese ovverosia 700 delle 2500 preesistenti. Si sono persi più di 8 mila posti di lavoro e ben il 75% del fatturato è realizzato da tre o quattro aziende che producono principalmente fuori dal distretto, dall'Italia. Qui lasciano solo briciole. Le competenze accumulate in tanti anni si stanno disperdendo. Prospettive? Non lo so. Molti dicono che è una storia finita, bisogna prenderne atto. Io non sono del tutto pessimista.

Oggi Carpi è una città profondamente cambiata e molto diversa da quando lei era sindaco. Crede che sarà destinata a cambiare ancora nei prossimi anni? E soprattutto il tessile sarà ancora il suo motore trainante?

I cambiamenti sono inevitabili e spesso portatori di progresso. Qui invece hanno prodotto solo declino. Carpi era una delle aree più ricche d'Europa, con la più alta occupazione anche femminile. Oggi è un paesone senza identità, senza un'idea di futuro. Io ho indicato già da tempo la via della moda green per salvare qualcosa. Tornare ad esempio alla tradizione della canapa ( ortiche, raffia..) per produrre fibre naturali ma anche per generare imprenditorialità in nuovi settori: farmaceutica, bioedilizia, cosmetica. Ma bisognerebbe cambiare molto della vecchia mentalità carpigiana basata sul far soldi con poco rischio. E, assieme a ciò, sarebbero necessari amministratori dotati di maggior intraprendenza e di visione. Elementi, ora, purtroppo mancanti.

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