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Covid e condomini | Quel "prendersi cura" che con la pandemia stiamo riscoprendo

Una storia di solidarietà e altruismo, una storia di otto famiglie residenti in un condominio di Modena alle prese con il Coronavirus

Attenzione!!! Ci sono positivi nel condominio. Massima cautela!!!” - queste le parole anonime riportate su un foglio stampato affisso nella portineria di un condominio di Rozzano. Nel palazzo abita una famiglia in isolamento che improvvisamente si ritrova ad affrontare, in aggiunta a dolore e preoccupazioni che il virus inevitabilmente porta con sè, un'ultima e inaspettata difficoltà: lo sbandieramento pubblico della propria condizione di salute.

Ora, spostando in secondo piano questioni quali privacy, legittimità e le numerose considerazioni e polemiche che ne sono scaturite, del marcio e della gogna subita, vorrei porre sotto una comune e condivisa lente d’ingrandimento l’altra faccia della medaglia, il buono che si incarna nel desiderio di condivisione e cura reciproca in risposta alla ferocia della malattia, in risposta alla ferocia di una manciata di inquilini. Un “buono” che si concretizza nella quotidianità, nel tentativo di gestire e magari addolcire una situazione fuori dall’ordinario attraverso piccoli enormi gesti di ordinarietà.

A Modena succede in un condominio nel quartiere Madonnina nel quale quattro su otto famiglie, nell’arco di un anno di pandemia, hanno riscontrato casi di positività da Coronavirus. Ecco allora che avviene una trasformazione prima d’allora mai esperita: gli zerbini d’ogni appartamento prendono le sembianze di imbandite portavivande, balconi e finestre di sospesi telegrafi di cui noi, umani, i segnalatori. C’è chi fa il giro delle farmacie e fa scorta dei medicinali necessari, c’è chi invece fa un giro al mercato ortofrutticolo e “dato che passavo di lì ti ho preso un sacco da 5 kg di patate”, mentre la signora dell’ultimo piano fa recapitare davanti alla porta d’ingresso una gustosa collezione di pizze surgelate.  La signora della casa a fianco, invece, inonda le stanze con fragranze e colori di mazzolini di fiori così come la signora del primo piano, reduce da un recente lutto, pone sul ciglio d’ogni porta un vasetto di roselline, silenziosamente una mattina.

Sempre al primo piano una ragazza festeggia il suo ventunesimo compleanno: le amiche della casa sul lato opposto le hanno fatto una sorpresa e sono lì, sotto la sua finestra, distanziate e sedute in cortile, facendole coraggio e alleggerendo il confinamento con qualche chiacchiera e fetta di torta. C’è chi fa la spesa al supermercato e chi dona un rametto d’ulivo benedetto ad una persona che, per la seconda volta nella sua vita, quel rametto non poteva averlo.

Come affermava lo psicoanalista Massimo Recalcati in un incontro aperto alla cittadinanza di Modena tenutosi la settimana scorsa, il Covid ha lasciato in ognuno di noi traumi, cicatrici, diffidenza nei confronti dell’altro; quell’altro che è visto come una minaccia di contagio ma, allo stesso tempo, luogo di respiro. In questa doppiezza che il virus ha esasperato il mio augurio è che, infine, quella a prevalere sia la brezza dei piccoli gesti, della fiducia e delle torte al cioccolato invece che anonimi cartelli d’allarme corredati da sei punti esclamativi. E in fondo, in mezzo a tutto il dolore che la pandemia ha riversato nel mondo, sono convinta che l’esperienza di un minuscolo condominio di un minuscolo quartiere di un minuscolo paese non sia poi così rara, che meriti di essere condivisa e infondere la speranza per una ripartenza difficoltosa sì, ma più leggera se affrontata insieme.

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