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Venerdì, 14 Giugno 2024
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Mappare la risposta del genoma umano al covid, primi risultati dallo studio Unimore

Un consorzio di centinaia di ricercatori provenienti da 547 istituzioni localizzate in tutto il mondo ha identificato l’importanza delle varianti di alcune regioni del genoma umano nella progressione clinica del COVID-19 grave. Nello studio pubblicato da Nature anche i docenti di Unimore Cristina Mussini, Massimo Girardis e Andrea Cossarizza

Un consorzio di centinaia di ricercatori afferenti a 547 università e centri di ricerca di tutto il mondo ha portato all’identificazione di importanti varianti del genoma umano nella progressione clinica del COVID-19 grave. Lo studio, che è stato pubblicato sull’ultimo numero online della rivista scientifica Nature, ha visto il coinvolgimento di tre docenti di Unimore quali la prof.ssa Cristina Mussini – Direttore delle Malattie Infettive dell’AOU di Modena - il prof Massimo Girardis – Direttore della Terapia Intensiva dell’AOU di Modena, Policlinico di Modena - ed il prof. Andrea Cossarizza, Immunologo di Unimore.

La forma di Covid-19 critico è causata da un danno polmonare infiammatorio immuno-mediato. I ricercatori non sanno ancora perché in alcuni individui il decorso della malattia sia estremamente grave, mentre in altri del tutto asintomatico.

Per capire l’importanza del background genetico dell’ospite, e come questo possa influenzare l’ospedalizzazione e il ricovero in terapia intensiva a seguito dell'infezione da SARS-CoV-2, circa un anno fa è partito in tutto il mondo uno studio chiamato GenOMICC (Genetics of Mortality in Critical Care), che confronta i genomi di pazienti critici con controlli sani, al fine di trovare i meccanismi patologici sottostanti.

I ricercatori hanno sequenziato l’intero genoma di 7.491 casi critici rispetto a 48.400 controlli ed hanno identificato 23 varianti indipendenti che predispongono in modo significativo a Covid-19 critico.

Tra le varianti di importanza - spiega il prof. Andrea Cossarizza di Unimore - ci sono geni responsabili della prima risposta dell’ospite contro il virus, cioè quella legata all’immunità innata, che avviene prima della produzione di anticorpi. Alcuni di questi geni sono coinvolti nelle vie di segnalazione dell'interferone (IL10RB, PLSCR1), un altro nel differenziamento dei globuli bianchi (BCL11A) e uno in un tipo di antigene della famiglia dei gruppi sanguigni (FUT2)”.

In questo studio, il terzo su questo argomento pubblicato da Nature con i ricercatori di Unimore coinvolti in prima persona, è stata utilizzata una tecnica di associazione e co-localizzazione dell'intero trascrittoma per dedurre l'effetto dell'espressione genica sulla gravità della malattia ed è stato osservato come più geni, quali ATP11A e MUC1, siano coinvolti nella malattia critica.

Le evidenze relative al coinvolgimento anche di molecole di adesione presenti sulle cellule mieloidi (SELE, ICAM5, CD209) e del fattore di coagulazione F8 – osserva Massimo Girardis Direttore della Terapia Intensiva del Policlinico di Modena e docente Unimore – ci mostrano nuovi e potenziali bersagli di terapie innovative”.

I risultati delle analisi di tutto il DNA dei pazienti suggerisce quindi che la fisiopatologia del Covid-19 sia multivariata, con almeno due distinti meccanismi, controllati geneticamente, che possono predisporre a malattie potenzialmente letali: il mancato e immediato controllo della replicazione virale, una maggiore tendenza all'infiammazione polmonare e alla coagulazione intravascolare.

Conoscere a fondo sempre maggiori dettagli dell’infezione da SARS-CoV-2 – conclude il prof. Andrea Cossarizza di Unimore – ci sta facendo fare importanti passi in avanti nella battaglia contro questo patogeno e questa malattia. Dobbiamo però sempre tenere presente che è fondamentale continuare a difenderci con la vaccinazione e con le protezioni individuali”.

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